Scano di Montiferro: Tomba Dei Giganti Sas Pedras Doladas

Scano Montiferro - Tomba dei Giganti Sas Perdas Doladas

Per poter raggiungere il monumento si attraversa un sentiero ricco di vegetazione che, rigogliosa ed abbondante, si mostra fiera ed orgogliosa. A tratti, il percorso, si ricongiunge con un’antica strada, probabilmente romana, realizzata con grossi massi lisciati; sorta, come spesso accade, su di una strada ben più vetusta (sicuramente nuragica). Il saliscendi della strada, dovuto ai diversi dislivelli, ed il deliziarsi nel guardare la natura, fa dimenticare, al pellegrino, la fatica della lunga camminata.

Tutto il nostro percorso è stato rallegrato dalla compagnia di due simpatici e festanti cagnolini incontrati per caso. Come fossero i padroni del territorio non ci hanno perso di vista un attimo. Una volta raggiunta la meta, gli occhi si rifanno nell’ammirare l’originalissimo sepolcro. Esso sorge in cima ad una lussureggiante collina, scelta quasi con l’intento di voler ravvicinare i corpi dei defunti al cielo. Si osserva, in lontananza, una croce e di lato una piccola chiesa (datata 1970) che testimonia la continuità dell’utilizzo della zona come luogo di culto.

La tomba, costruita con pietra locale finemente lavorata, è molto particolare; osservata dall’alto pare creata con conci a forma di mezzaluna. Un gentile signore incontrato lungo la via ci ha spiegato che, un tempo non molto lontano, sas Perdas Doladas, venivano utilizzate come altare per celebrare messe all’aperto in onore della Madonna. Per l’appunto, in un concio, sono evidentissime delle residue tracce di cemento. Tutt’ora la zona è meta di pellegrinaggio e non mancano feste e banchetti in onore della Vergine. La Tomba Dei Giganti de Sas Pedras Doladas è un esempio di sepolcro molto raffinato. Come un prezioso guscio ha racchiuso e protetto i corpi di uomini e donne vissuti millenni fa.

Malgrado non ci sia giunta intatta non ha perso nè bellezza nè fascino (le foto parlano da sole) rimanendo un immutato testimone d’un passato molto antico dove il culto dei morti aveva una fondamentale importanza. Dare una giusta e degna sepoltura a chi in vita ci ha amati, come ringraziamento per l’amore ricevuto; è questo quel che pensavano, indubbiamente, i nostri antenati, perché anche millenni fa, come oggi, si desiderava essere circondati d’amore e d’affetto.

Per saperne di più: https://www.comune.scanodimontiferro.or.it/it/per-i-visitatori/punti-di-interesse/pedras-doladas

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Erula: Villaggio abbandonato di Su Bullone

Ho ripercorso mille volte quella strada. Era la strada che mi conduceva alla mia casa, “a in domo mea”. Era collocata lassù, tra quelle piccole colline, in quell’angolo di Sardegna di cui molti avevano dimenticato l’esistenza. Io ci stavo bene e ci sto bene ancor oggi, quando con la mia mente, guidata dai ricordi, ripercorro ogni angolo di quel che è stato, per anni, il mio regno.

Rivedo mio padre, con la sua camicia bianca, immacolata direi. Era quella che indossava la domenica per andare a messa alle 6 del mattino; un rito ripetuto tutte le domeniche di tutti gli anni. Ricordo anche la camicia che indossava gli altri giorni, sporca di sudore e di fatica, quando rientrava dai campi o dalla stalla. Era talmente sudata e lui talmente stanco che paragonavo il sudore al sangue –

Babbu est recuende cun sa camijia bruta de sàmbene“-

Gridavo ogni volta che lo vedevo, mentre gli andavo incontro a braccia aperte. Rammento i suoi occhi che sprizzavano di gioia non appena vedeva me, mia madre e i miei fratelli. Dopo cena, malgrado la fatica giornaliera, prendeva l’armonica a bocca e ci rallegrava con qualche musichetta, mentre mamma ci preparava a passar la notte. Già, la notte, dormivamo tutti noi 5 fratelli in un grande letto. Oh quanto si stava bene, eravamo circondati da tanto affetto. E come dimenticare mamma, con i capelli sempre ben raccolti, le due lunghe trecce che facevano da cornice al bellissimo viso, e quel ciuffo ribelle che faceva capolino ogni volta che andava giù al fiume a lavare i panni. E noi bambini, sentivamo i cori che faceva lei e le altre donne, tutte intente a far il bucato. La gioia di mia madre, quando apparecchiava col niente quel piccolo tavolo là, in un angolo del tinello, vicino al camino (sempre acceso) ed alla cucina a carbone. Quant’erano saporite quelle pietanze, cucinava sempre ciò che la terra generosa regalava e ciò che gli animali del cortile omaggiavano. Noi, non avevamo niente, ma eravamo felici.

Di fronte alla nostra casa c’era mastru Remundu, il ciabattino. Tic tic, tac tac, musicava il piccolo martello su suole, semenze, puntine, chiodi e chiodini. Magico il suo lavoro, da un lembo di cuoio riusciva a creare scarpe e sos botes mastrinos, indispensabili per gli uomini di campagna e, nel mio villaggio, quasi tutti li avevano. E che dire di tia Jiuanna, dipingeva le ceramiche in base alla richiesta, perchè da noi, anche i piatti e le stoviglie si forgiavano a mano, e tia Jiuanna le personalizzava. Passavo spesso davanti alla casa che per me era la più bella di tutte. Era l’abitazione di Larentu, un bel bambino che divenne poi, da adulto, mio marito. La casa di Larentu aveva le finestre più grandi ed un enorme pergolato carico di viti e piante fiorite rampicanti; pareva facessero a gara, le une con le altre, per mettersi in mostra ai curiosi.

Babai Bacu era una vera e propria sagoma, il suo catechismo era affascinate; ci parlava della Buona Novella e dell’Eden e sapeva bene che noi già vivevamo in un Paradiso. Oh maestra Sanna, ci sei anche tu nei miei ricordi, non t’ho scordata. Severa donna certo, ma come spiegava lei, nessuno. In quella sala della chiesa sì, proprio lì, era la nostra scuola. Un grande ambiente per tanti bambini. Ci stavamo tutti, quelli in età scolare e quelli più grandicelli che volevano imparare a leggere e a far di conto. Ed i giochi all’aperto? Come scordarli … un vero spasso! Le sere d’estate andavamo al letto tardissimo, mentre i grandi erano intenti a ballare. Potevano! Signor Giagomeddu, che di giorno faceva il casaro, al tramonto suonava una vecchia pianola, allietava la calura delle sere estive. E tia Miriedda, la pettegola del paese, lei sapeva tutto –

Ca mi l’at nadu unu puzoneddu”

– ripeteva sempre, per non sottolineare che origliava. La lasciavamo dire, dopotutto era divertente anche lei. Tiu Tilipu lavorava il rame, le sue erano vere opere d’arte ma erano soprattutto utili. Il fratello, Andria era il fabbro; lui mi fece il letto nuovo. Il primo di ogni mese arrivava dottor Unali. Come da tradizione si fermava all’ingresso, laggiù, in fondo, vicino alla grande piazza. legava il cavallo, si toglieva il cappello e lo faceva sventolare vicino al volto per allontanare il caldo e la polvere. Noi bambini avevamo paura di lui. Ci dava, ogni volta, un cucchiaio della cosa più schifosa che abbia mai mangiato in vita mia. Tia Peppa, in quel giorno, fungeva da assistente. Era il ruolo adatto per lei. I rimanenti giorni ci curava, all’occorrenza, con erbe officinali che solo lei sapeva combinare e trasformare in ottimi medicinali.

Ora sento il profumo dei fiori di primavera e quello della poca neve che, d’inverno, riusciva a imbiancare delicatamente e leggermente i campi. Il ticchettio della pioggia ed il sole rovente d’estate.

Sa mama e su sole bo si manigat”,

dicevano a noi bambini. Perchè, d’estate il sole

“dae mesudie a sas bàtoro de sero, faghet male e bessit sa mama de su sole pro assuconare sas criaduras chi no ponent mente”-

Io vi ricordo tutti, ricordo tanti dettagli come il profumo del pane appena sfornato, il profumo delle minestre, del grano appena tagliato, del latte appena munto. Il belare delle pecore ed il muggire delle mucche, e quelle campane della chiesa, che gioia quando suonavano a festa. Perchè da noi, le feste, erano veri divertimenti. Non ho mai scordato nulla, muri, pietre, viottoli, stradine, portoni, finestre e volti, vi ho sempre tutti in mente. Anche ora che io come voi tutti del mio regno non esistiamo più, fluttuo nell’aere con la mia anima, ma quando posso torno nel mio piccolo e felice villaggio di Su Bullone.

Cenni storici:

Il centro abitato venne abbandonato nei primi anni ’60. Non ho documenti certi, ma nasce attorno al 1800. Era composto principalmente da pastori e contadini. Ma era un villaggio autosufficiente. C’era chi filava la lana, chi la tesseva, chi creava calzature, la sarta, il mugnaio, il ceramista e via dicendo. Ognuno aveva il suo compito; non avevano bisogno di recarsi nel paesi più grandi o nelle città per acquistare qualcosa che mancava. A Su Bullone non mancava mai nulla.

Oggi è uno dei tanti villaggi abbandonati della Sardegna, situato tra le terre di Chiaramonti ed Erula. Attraversare i suoi viottoli è come fare un viaggio a ritroso nel tempo: si respira aria di un passato florido e felice, orgoglioso di quel che è stato.

E se vi soffermate ad osservare bene sentirete anche le voci dei bambini che, gioiosi, si rincorrono tra le strette viuzze, il martello del fabbro ed il ritmo del telaio, i cori delle donne intente a lavare i panni nel fiume, mentre, da lontano, si odono i campanacci che scandiscono una vita che appartiene al passato

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Sedilo: Tomba dei Giganti di Brebegheniedda

A volte capita di voler visitare anche l’ultimo sito in programma, nonostante la stanchezza e l’ora tarda … E così quel giorno afoso e lunghissimo di settembre del 2020, dopo le 20,00 di sera, ci siamo diretti verso la Tomba dei Giganti di “Brebeghenieddu” nel territorio di Sedilo, a due passi dal Nuraghe Columbos e presso il Nuraghe Serra.

Le tenebre della notte stavano già abbracciando tutto ciò che ci circondava. Per poter vedere qualcosa, siamo stati costretti ad usare le torce. È nostra abitudine non passare mai davanti alle abitazioni o qualsiasi altra costruzione del podere se al momento non vi è nessuno per poter chiedere il permesso. Ci dà, da sempre, l’impressione di profanare la proprietà privata. Quindi, per raggiungere il monumento “prescelto” dobbiamo sempre trovare vie secondarie. Lo abbiamo fatto anche quella notte e, credetemi, superare muretti molto alti e campi arati, al buio, con la sola debole luce delle torce non è facile

Ma ci siamo riusciti. Bellissima Tomba dei Giganti “modificata”.

Iniziamo a scattare delle foto, quando una terza torcia stava per raggiungerci. Ci siamo bloccati pensando:

chi sarà mai?

Nel mentre si leva una voce:

E chie sezis? Ite che faghides inoghe a cust’ora?”.

Malgrado il nostro tatto e le nostre attenzioni, ci siamo sentiti dei ladri (in senso ironico).

Quella torcia era giunta a destinazione e noi sottoposti ad interrogatorio proprio come avviene spesso per i ladri di prima categoria. Era il proprietario terriero, che, avvisato da qualcuno del vicinato, è voluto andare di persona a controllare. Abbiamo spiegato chi eravamo ed il perchè eravamo lì. Rassicurato, il proprietario sorride; sorridiamo anche noi che rincuorati, riprendiamo l’ispezione del sito, proseguendo a scattare qualche foto, mentre il tizio ci dava una mano illuminando il terreno circostante col la sua pila.

Dopo aver terminato il breve servizio fotografico, il nostro accompagnatore ci ha invitati a raggiungerlo presso il suo fantastico “pinnetu”, situato a due passi dal monumento e dalla casa padronale. Ci ha spiegato che fu il nonno a modificare la struttura della Tomba, come lo stesso gli raccontò, usando la Stele come parete, creando così una piccola e singolare casetta, una Pinneta. Il pinnetu, invece è una sua opera. Sin da piccolo voleva costruirne uno, proprio come, a suo tempo, fece suo nonno. Gentilissimo, ci ha offerto da bere e da mangiare; ospitalità a mille, nonostante le difficoltà dovute alla presenza in paese, di un copioso focolaio di covid. È stata una fantastica avventura finita con una bella e calorosa stretta di mano, o, per meglio dire un caloroso contatto con il gomito … E la Tomba?

La Tomba è la classica TDG, presenta ancora la Stele, che, spezzata, è andata a far parte di una parete (come già sottolineato) della casupola. Anche altre pietre del monumento sono finite tra le mura della pinneta. Ora la costruzione è un rudere, ma con la fantasia possiamo immaginare quanto graziosa fosse in origine (sebbene il monumento storico abbia subito uno scempio). Parte del corridoio funerario è ancora visibile sul retro della casetta.

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Meana Sardo: S’Ultima Acabbadora

Da una testimonianza vera

Io me la ricordo: lei è tra i miei indelebili ricordi d’ infanzia

Come ogni anno, dopo le vacanze al mare, passavamo alcune settimane con i miei nonni di Meana Sardo, di solito ad agosto. I miei avi avevano una grande casa con un fantastico giardino. Ci ritrovavamo tutti, zii e cugini; ogni giorno, una festa. La sera si andava ad ascoltare i racconti di tia Angheledda, un’anziana e magica donna. Abitava di fronte al giardino dei miei antenati; bastava attraversare una stretta stradina bianca ed eravamo da lei. Ogni sera, prima di cena, ci aspettava sorridente, seduta sull’uscio accanto ai gradini. In grembo aveva il suo immancabile gatto, Pepeddu: lo lisciava di continuo, tant’è vero che a me pareva che lo assottigliasse sempre di più ad ogni carezza della sua mano. Era una donna molto magra, alta, capelli grigi raccolti e portava degli enormi occhiali da vista. Ci raccontava storie di miti e leggende dei nostri antichi avi, dei giganti, de sa mama de su sole, di bobbotti, di fate, sibille e tanto altro. E noi, piccoli spettatori, rimanevamo incantati da tanti “contados” stupendi, a volte spaventosi ma spesso divertenti. Aveva un “non so che” nel raccontare che tutti noi rimanevamo estasiati.

Ma quell’estate del 1950, lei non c’era. Chiedevamo notizie di tia Angheledda ai nonni , ma non ci rispondevano. Io guardavo spesso la sua porta, i gradini: notavo un via vai di gente. Un giorno, insistetti talmente tanto che nonna, rassegnata, mi disse

lavati il volto, pettinati e metti le scarpe nuove, ti porto da lei

Feci tutto in fretta; nonna mi prese per mano e ci avviammo verso la casa della zia. Salimmo i primi gradini, il portone era aperto. All’interno tanta quiete; da un lato una cesta, dentro ci stava Pepeddu, il fedele gatto. Aprì gli occhi, quando ci vide, ci osservò, ma non si mosse. Salimmo le rumorose scale di legno. Nonna mi disse, sottovoce, di stare in silenzio, la zia stava poco bene. Poi, rivolta verso una porta socchiusa chiese:

a si podet? A poto intrare?

Una vocina dall’interno rispose:

emmo, intrade”-.

La stanza era piccola, con il pavimento in legno, veniva illuminata da una strana luce che proveniva da una finestra semiaperta, colorata di un azzurro pallido. Una grossa donna stava seduta su di una sedia, aveva un volto triste, teneva un rosario tra le mani e pregava con voce sommessa. Come ci vide fece un cenno di saluto. Al centro della stanza un grande letto. Notai gli enormi occhiali sul comodino, e tutt’attorno tanti flaconi e scatole di medicinali. Dall’altro lato del letto, un secondo comodino, stracarico di statue di santi, immaginette, crocifissi e rosari. Alla parte opposta del letto, un grande armuà con un enorme specchio, che rifletteva la scena della stanza come un potente grandangolo. Nonna parlò con la donna grossa. Non capivo, parlavano sottovoce. Infine, mi avvicinai al letto; in principio avevo paura, ma mi feci coraggio, dopotutto io, da grande, vorrei diventare un medico. La salutai, non fece nessun accenno. Era più magra del solito, teneva la bocca aperta ed ogni tanto si sentiva un debole “oia” ad intervalli regolari.

Povera cara zia, resisti

dissi nel mio cuore

io, un giorno ti guarirò”.

Rientrammo a casa, e dentro di me continuavo a ripetere

resisti tia Angheledda, io ti guarirò”.

Dopotutto era solo una questione di tempo. I giorni passarono tra giochi e divertimenti vari. Il pensiero per la povera zia era il mio chiodo fisso: dovevo salvarla. Una sera poco dopo cena, mentre eravamo tutti in giardino, nonna esclamò:

intrade totu a intro, lestros

Come chi scappa da un imminente pericolo ci precipitammo tutti all’interno. Nessuno chiese il perché. Nonna chiuse il portone di casa a più mandate. Ci rifugiammo tutti in salotto. Tutti, tranne me. Io andai nella mia cameretta. Fortuna volle che la mia cameretta era al piano terra. Ero troppo curiosa e per niente impaurita, volevo sapere il perché di questa ritirata. Presi la mia bambolina, Istedda e uscii dalla finestra. Fuori c’era una strana atmosfera. Non si vedeva anima viva. Tenni stretta Istedda, e mi avventurai in giardino. Regnava una calma indescrivibile. Raggiunsi il cancello. Sbirciai senza aprirlo. Da una parte il cielo era leggermente illuminato dal sole al tramonto che veniva inghiottito dietro le case, dall’altro lato la strada era buia. La porta di tia Angheledda era spalancata. Strano, pensai. Riosservai la strada. Dalla parte buia vidi un qualcosa in movimento …

Oi, Oi

pensai:

“E cosa sarà mai?

Nascosta tra il muro del cancello ed una siepe, riosservai bene. Mamma mia! Era una scura figura che lentamente avanzava. Osservai meglio: notai che indossava uno scialle nero e lungo che le copriva il viso e parte del corpo. Teneva qualcosa sotto lo scialle, si percepiva che abbracciava qualcosa. Nei miei pensieri di bimba pensai subito a “Sa Mama de su Sole”. No, pensai, impossibile, il sole era già tramontato. Allora chi era? Si fermò davanti alla casa di tia Angheledda … Oh no, è la morte … altro non può essere. Zia ci ha raccontato di lei … magari dentro lo scialle ha la mannaia! Entrò a casa della povera ammalata non prima di aver fatto il segno della croce. La sentii salire grazie ai gradini di legno, che facevano rumore ad ogni suo passo. Poi un totale silenzio. Io ferma, immobile, stretta sempre più tra il muro ed il cespuglio, Istedda sempre con me. Dopo un po’ la rividi, mentre usciva. Rifece il segno della croce, si risistemò lo scialle, e riprese la strada del rientro, di lei non vidi nulla se non la sagoma di una donna vestita di scuro che elegantemente spariva nel buio della notte. Dopo qualche secondo un grido:

Si ch’est morta, Angheledda, in su chelu che siat”-.

Ma come!”.

pensai

chi gridava era sulla strada, ancora non era salita su per le scale per vedere!”.

In quell’istante vidi tante persone entrare a casa della povera tia Angheledda. Compresa la donna grossa che lentamente raggiunse la casa della zia. In contemporanea iniziò un incessante suono di campane di agonia dalla vicina chiesa. Io rientrai in camera. Non dissi nulla. Dopotutto non potevo dire ai miei nonni ed ai miei genitori di aver visto la morte. Mi tenni il segreto. Il mattino seguente nonna ci comunicò che la povera zia era passata a miglior vita. Diventai un medico, da adulta, non dimenticai mai quella donna elegante vestita di scuro. Negli anni ottanta iniziò la ricerca, di molti, sulle donne della buona morte: libri, interviste, dibattiti, documenti ed infine un museo. Ora, con la consapevolezza dei miei anni, tanti, posso affermare di essere stata una testimone, e d’aver visto s’ultima acabbadora, figura che è “sempre” tra i miei indelebili ricordi d’ infanzia.

Ma chi è s’acabbadora?

Sa fèmina acabbadora (da acabbare, finire, terminare, cessare) è colei che portava la dolce morte ai moribondi, una figura ampiamente discussa. Secondo alcuni antropologi non è altro che il frutto di leggende tramandate, e che in realtà, secondo loro, questa figura non è mai esistita. Secondo altri, invece, esiste ed ha esercitato in Sardegna sino agli anni 60. Pare che venisse chiamata (tramite un passaparola) quando l’ammalato era moribondo. La sua fine era già segnata, dunque, e la sofferenza rappresentava, ormai, un vero e proprio supplizio. Parliamo di periodi dove i medicinali non erano quelli di oggi, non c’era nulla che alleviasse l’atrocità del dolore, non esistevano cure palliative.

I familiari del moribondo tentavano di tutto per poter far guarire il proprio parente, anche con miscugli di erbe e diversi comportamenti tipici degli stregoni. Dopo che la medicina ufficiale aveva gettato le armi e non c’era più nulla da fare, si chiamava lei. Nessuno sapeva chi fosse, ma un po’ tutti conoscevano il modo per contattarla. Era sempre vestita di scuro. Il suo volto nascosto tra lo scialle. Di lei dicevano che era molto religiosa e che agiva per volere di Dio. Portava un bastone che per alcuni non era altro che un martello di legno, ed un cuscino. Una volta raggiunto il malato terminale, si chiudeva in camera, nessuno doveva sapere quale rito adempisse prima di porre fine alla vita del malcapitato. Si narra che dapprima coccolasse il malato e che nel mentre recitava parole alquanto strane; alla fine pregava; questo prima dell’insano gesto. Non sempre usava la stessa tecnica omicida (perché di omicidio si tratta) con tutti. Chi veniva soffocato col cuscino, chi stritolato tra le cosce della stessa acabbadora … Con taluni usava il martello per dare il colpo di grazia con un forte colpo alla nuca. Tutto questo con l’obiettivo di abbreviare l’agonia al morente.

E la chiesa? La chiesa ha sempre taciuto, sicuramente sapeva dell’intervento di questa donna per porre fine alla vita degli agonizzanti … Ma non diceva nulla e, come dice il detto: chi tace acconsente. Forse si accettava, anche perché il tutto si svolgeva nella più totale riservatezza … Sebbene si racconti che sa fèmina operava per mano di Dio. Possiamo dire che questa pratica, oggi, è stata sostituita dalla moderna eutanasia. Non sappiamo se questa figura sia “realmente” esistita. Sottolineo che questa “incertezza” riguardo alla sua effettiva esistenza aggiunge mistero ad una figura già fortemente enigmatica ed inquietante, in un’isola dove l’arcano regna in ogni suo dove. In compenso esistono numerose testimonianze (come quella che io ho riportato, di una mia cugina) ed un Museo, dove, grazie ad un sogno premonitore, Pier Giacomo Pala è riuscito a trovare il famoso “martello” all’interno d’uno stazzo gallurese. Oggi, il Museo de Sa Fèmina Acabbadora è l’unico che raccoglie la testimonianza diretta della presenza in Sardegna della donna che procurava la dolce morte.

Per approfondire: https://www.galluras.it/

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Pattada: Sa Resolza di Massimo Manca

Il Coltello a Serramanico: Le origini del coltello di Pattada

Pattada, paese di circa 3000 anime arroccato su di un costone roccioso a due passi dall’imponente Monte Lerno, è situato nel cuore del Montacuto, una subregione del Logudoro storico della Sardegna. Il centro è diventato famoso in tutto il mondo per la realizzazione artigianale dei coltelli chiamati e conosciuti ovunque col nome di “Resolzas”, tanto che Pattada, talvolta, viene chiamata anche come “la Toledo sarda”.

Come una transizione tra mito e realtà, sa “resolza pattadesa” nasce dopo la prima metà dell’800 come perfezionamento de sa “Corrina”, una sorta di stiletto a lama fissa (Fiama) con corno di “Masciu” o “Corru Mascinu” (Becco o Caprone, maschio della capra, da non confondere con l’Ariete o Montone, maschio della pecora). Utilizzato anche il corno del muflone (Murone).

Ma già nella preistoria, col ritrovamento nel Nuraghe Lerron (durante gli scavi archeologici degli anni 90), dell’elsa di una spada, Pattada mostra di avere un legame forte, già nel passato remoto, con la forgiatura del metallo. In seguito si evidenziarono, nella stessa campagna di scavi, diverse tracce di fusione di metalli; portandoci a pensare che, nel territorio di Pattada ed in particolare la zona di Lerron, era presente una fiorente e brillante attività metallurgica che pare non abbia mai smesso. (https://pieragica.wordpress.com/2017/06/11/la-tragica-storia-del-nuraghe-lerron/)

Attraverso centinaia di anni, vari artigiani (mastros frailalzos) si sono susseguiti nella storia della forgiatura dell’Acciaio (atalzadura), della sua tempra e della realizzazione dell’accessorio per eccellenza del mondo agropastorale sardo: sa resolza. Ma accanto ad esse, vanno ricordate anche sas foltighes de tundere, sos faltzones, sas alvadas, sas falches, sos tzapos e marrones, e bai nende etotu.

I più importanti nomi degli antesignani de sa resolza sono: Frades Bellos ma, soprattutto, Tzintu Canale Mannu, citato e maledetto in una poesia dal poeta Bittichese Remunnu ‘e Locu con i versi: “Maleitu Canale Pathatesu / ch’at postu sos vithichesos in resoglia” (1), che in questo modo ottiene quasi un imprimatur sulla realizzazione della resolza pattadese moderna. Venne poi Tzintu Canale Minore al quale viene attribuito il definitivo perfezionamento de sa resolza pattadesa attuale. (2)

Numerosi sono, nel ‘900, i Mastros Resolzeris che hanno contribuito ad accrescere la fama del coltello di Pattada, fra tutti ricordiamo, in primis, Salvatore Careddu e Mario Salvatore (Boiteddu) Fogarizzu.

Attualmente a Pattada operano vari maestri coltellinai, Fogarizzu, Giagu, Deroma, Pizzadili, Manca, Sistigu, ecc. ecc.

Siamo Andati a Pattada a visitare una delle Botteghe Artigiane, quella di mastru Massimo Manca. La sua officina si trova in via S’Ena 1

Massimo è in grado di forgiare lame e lavorare corna di Montone e di Muflone per realizzare le più classiche resolzas di Pattada secondo gli standard ormai consolidati nel tempo, con lame sia in acciaio classico che damascato. Pezzi meravigliosi e lucenti: da collezione.

Tuttavia l’artigiano ha studiato parecchio ed ha creato altre linee di coltelli, uniche ed inimitabili, quali la Luxury nelle versioni Arrow, Blue Sky e Arabian Horse, Zahra

e la linea Pattada Remastered, creata in collaborazione con l’Architetto Cesare Monti, un coltello dalle linee avvolgenti e molto delicate.

L’arte della forgiatura del metallo, dunque, a Pattada è una tradizione antichissima, che si perde nella notte dei tempi; oggi si rimane quasi disorientati nell’ammirare queste straordinarie ed affascinanti opere create dalle mani sapienti dei bravi artigiani locali.

Un passato che è diventato presente e promette bene anche per il futuro di Pattada, continuando a proiettare il paese come centro unico al mondo per la realizzazione de “sa resolza pattadese”

  1. Il coltello di Pattada” catalogo della mostra 2005 a cura dell’Amministrazione comunale di Pattada. Articolo di Angelo Carboni e Leonardo Pizzadili
  2. Idem

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Buddusò: Domus De Janas Sa Conchedda De Sa Fèmina

“Donna Maria, donna Marì si frìmmede, mi fètada a bìdere sa criadura”.

(Donna Maria, si fermi, mi faccia vedere la bimba)

Donna Maria si ferma, sposta il suo ombrellino parasole, ed osserva bene chi la stesse chiamando. Nonostante il sole dei primi di giugno accecasse la sua vista, riuscì a mettere a fuoco l’immagine.

Oi Giuannica, non t’aia connottu. Isetta; Pepinedda, Pepinedda, beni a innoghe, faghe a bìdere a signora Giuannica sa minoredda”. Neit Donna Maria.

(Giuannica, non ti avevo riconosciuta. Aspetta. Peppinedda, Peppinedda, avvicinati, mostra la piccola a signora Guannica) Disse Donna Maria

Pepinedda era un po’ più avanti, sotto l’ombra di un grande Olmo, poi, con il suo passo stanco, si diresse verso le due signore, tenendo ben stretto, un fagottino bianco. Raggiuntele, spostò, lentamente, il lenzuolino che proteggeva la creatura, per mostrarne il volto alla signora Giuannica. -“Coro ite cosa bella custa criadura. Ah est pili rujia! Comente si jamada?” Pregunteit Giuannica “Annossata” repondeit, Donna Maria (sa mama)

(Perbacco! Che bella questa creatura. Ah è rossa di capelli. Come si chiama? Chiese Giuannica) “Annunziata” – rispose Donna Maria (la madre)

Chi sa Madonna de s’Annossata la beneigat e chi siat fizaona, timorada de Deus e una brava muzere“. Disse Giuannica, mentre faceva più volte il segno della croce, poi borbottò qualcos’altro, mentre si avviava, ma nessuno capì il suo dire.

Bitti 1847 circa.

Donna Maria Orunesu, era una giovane e nobile donna del paese. Suo marito era Donnu Bachis Calvisi, l’uomo più ricco di tutta Bitti. Avevano tre figli, Pietrinu, Frantziscu e la piccola Annossata. Quest’ultima era la cocca di casa, straviziata da tutti, e non solo dalla fedelissima balia Pepinedda.

Crebbe come tutte le ragazzine del periodo, seppur da subito mostrò il suo carattere bizzarro.

Eh“, naraiant, est pili ruja.

(e, dicevano, ha i capelli rossi)

Seguita da maestri di canto, musica e da un valido professore, poiché l’istruzione dei figli, nella famiglia Calvisi-Orunesu, era fontamentale. Non stava mai ferma, pur il maestro Ottaviano Brundu si lamentava –

Donna Marì, fiza bostra no istat un’iscuta arressa. Ma est brava meda, apprendet luego, ed est bona finamentras a fàghere de contu, pro no faeddare de su franzesu”- .

(donna Maria, vostra figlia non sta un minuto ferma)

A metà dell’800 Bitti era un paese abitato da persone pacifiche e, come tutti i paesi del periodo, ogni tanto si segnalava un omicidio, qualche furto, soprattutto di bestiame; erano periodicamente segnalati i soliti arresti per reato di abigeato e via discorrendo, ma la vita, tra i discendenti diretti de su Romanzesu, trascorreva in maniera semplice. Le nascite dei figli sono da sempre, considerate delle gioie; una beneiscione (benedizione), al periodo; bastava questo per essere felici.

Le feste paesane e le ricorrenze religiose erano motivo d’incontro tra i giovani che si potevano “finalmente” avvicinare, durante i più famosi e festanti balli in piazza. Nel giugno del 1867, Annunziata compiva vent’anni, era bella come il sole, occhi nerissimi e capelli rossi e mossi. La famiglia decise di organizzare un ballo nella loro villa nella periferia del paese (Gorofai). Furono invitati tutti i ragazzi e le ragazze. Ospiti d’onore erano gli ufficiali della brigata Granatieri di Sardegna, che si trovavano a Bitti per un periodo di esercitazioni. I festeggiamenti si svolsero nel migliore dei modi. Quella festa rimase nei ricordi di tutti, grandi e piccoli. Soprattutto di Annunziata. Durante la sua festa conobbe un certo Carlo Bianchi, milanese, ufficiale di 28 anni. Fu un colpo di fulmine per entrambi. Il cuore della irrequieta ragazza bittese si era innamorato. Nessuno si era accorto del loro amore; di comune accordo decisero di tenere tutto segreto. L’unica che sapeva era la fedelissima balia Pepinedda. E lei che accompagnava, col calesse, Annunziata per potersi incontrare, clandestinamente, con suo Carlo. Annunziata ripeteva che era il periodo più bello della sua vita. Era talmente felice che andò a parlarne col suo padre spirituale, padre Filippo Soddu. Naturalmente non svelò i particolari, disse solo che si era innamorata e di non dire nulla in casa, dopotutto si trattava di una confessione; del resto era previsto che a breve Carlo sarebbe andato a casa dei suoi per chiedere la mano (s’asseguronzu). Si era soliti, in passato, quando si aveva a che fare con uno sconosciuto, e Carlo lo era, capire qualcosa di lui tramite la rispettiva parrocchia d’appartenenza. Il parroco di Annossata avrebbe dovuto chiedere al parroco di Carlo notizie in merito. Pepinedda lo fece, dato che nessuno dei familiari poteva indagare su Carlo, visto che erano ignari di questa avventura amorosa; la balia voleva sapere di più. Una mattina presto, coperta in volto dallo scialle, andò nella chiesa di S. Giorgio. Si diresse dritta dritta verso la sacrestia. Padre Filippo era inginocchiato davanti all’ostensorio del Santissimo in contemplazione.

Padre Tilipu, bos depo faeddare“. Neit Pepinedda

Oi, e ite b’at! respondeit su padre, totu assuconadu dae cussa subitana pregunta.

Nara Pepinedda, nara Pepinedda“.

La donna si avvicinò e bisbigliò tutto all’uomo di chiesa, il quale, sempre con le mani giunte, chinava la testa con un piccolo movimento verso il basso, ad ogni parola che la balia pronunciava. : “Insumas, babbai su rettore, deo no bido nudda de jaru, ello a ite si cùana? Chircade, averiguade, faghidemi ischire“.

Peppinedda fece il segno del cristiano, un inchino al Santissimo ed uno al padre Filippo e sgattaiolò via. I giorni passarono, come i mesi. 4 per l’esatezza. Annunziata era sempre più innamorata di Carlo, e Carlo di lei. Ma il loro amore continuava ad essere segreto. Peppinedda era il solito traghettatore. Nessuno si era accorto dei due amanti. Sino a quando quest’amore si trasforma in pianto. Carlo Bianchi deve rientrare a Milano. Non è possibile, ripeteva Annunziata, rimani qui, mio padre ti aiuterà, anzi, vai a parlargli, chiedi la mia mano. Tutto si sistemerà. Dai Carlo, la divina provvidenza ci aiuterà, tutto si aggiusterà, ripeteva Annunziata con insistenza.

Impossibile ripeteva Carlo, io ho una missione, sono un militare e per me i Granatieri sono tutto.

Ottobre 1867

Carlo Bianchi, con gli altri ufficiale della Brigata Granatieri di Sardegna, rientra in continente. Per Annunziata finisce un sogno, crolla il castello fatato che si era creata. Inizia per lei un lungo periodo di tristezza e lacrime. Stava sempre chiusa in camera sua, passava il tempo a scrivere lettere al suo adorato, lettere non corrisposte, a quanto pare! Carlo, non si fece più sentire. La famiglia di Annunziata, iniziò a preoccuparsi dello stato di salute della loro ultimogenita. Non riuscivano a capire che avesse, pensarono addirittura al malocchio . Chiamarono “Tia Giuanna a un’oju”, una donna “magica” capace di leggere e capire, attraverso un rito antichissimo, se la ragazza fosse sotto l’effetto di qualche stregoneria. Nulla! Il grano rivelò, durante il rito, che la ragazza non era stata intaccata da nessun maleficio. Pepinedda era sempre con lei, anche il famoso giorno dello svenimento. Fu chiamato a Gorofai dottor Giovanni Cambula, sassarese, grande professore di medicina e grande amico di famiglia. Analizzò il caso a fondo. Dopo averla visitata per bene, chiamò i genitori; “Signori cari, amici miei, sono dolente di annunciarvi che vostra figlia è gravida. Ho visto che non è maritata, cercate di porre rimedio. Un matrimonio riparatore è l’unica medicina. Il resto lo farà la natura. Io non dirò nulla, c’è da gridare allo scandalo, ma conoscendo la vostra fama di famiglia perbene, sono sicuro che riuscirete a risolvere tutto”.

Saluta, indossa il cappello, richiude la sua vecchia borsa da medico e si appresta ad andar via. Mentre usciva da casa Calvisi-Orunesu va a scontrarsi con un padre incappucciato.

Bona die, bona die a isse“.

Era padre Filippo Soddu con le “ultime” notizie dalla basilica di Sant’Ambrogio di Milano. Non appena entrò in casa Calvisi-Orunesu, chiese di Pepinedda. Padre Filippo era tutto accaldato, paonazzo in volto, con un enorme fazzoletto si asciugava di continuo la fronte dal sudore.

Finalmente vide Pepinedda.

Pepì, toh, lege”.

E scappò via; Peppinedda, aprì la busta e lesse: “Carlo Bianchi fu Antonio, maritato con Elena Giorgetti” Pepinedda impallidì all’istante … ed ora ??? Salì di corsa le scale, andò nella camera di Annunziata e glielo comunicò. La povera Annunziata non aveva più lacrime:

Ecco perchè voleva che il nostro amore fosse segreto” … disse Annunziata.

“Ed ecco perchè io non ci vedevo nulla di buono”, aggiunse la balia.

Era un vero è proprio dramma, non solo la giovane donna era rimasta incinta, ma lui, il concubino, era un uomo già sposato! Occorreva dirlo a tutta la famiglia. Di comune accordo, Pepinedda e la povera ragazza, decisero che la domenica seguente, avrebbero detto la verità. E così fu; la domenica successiva, di buona mattina, convocarono tutta la famiglia in salotto ed in quell’occasione le due donne dissero, spiegarono, raccontarono. La servitù ricorda di aver sentito un grido e poi qualcuno che diceva: “i sali presto, i sali.”.

Oramai era detto. La famiglia sapeva. Ma come si poteva rimediare? Donna Maria ripeteva: “Disiperadu siat su Dimòniu, sa divina providentzia bi pesset”.

In quel periodo furono chiamate diverse donne, che armate di rosario, avevano il compito, a turno, di pregare giorno e notte, affinchè il cielo, i santi e chiunque in generale, riuscissero a trovare una soluzione.

Dicembre 1867

Il pancino di Annunziata iniziava a farsi notare, ma non solo lui. Si notava una certa insofferenza da parte di Frantziscu, il secondogenito della famiglia Calvisi. Il suo era un continuo ripetere:

“este una ilgonza, un’iscussiminzu … nde jito sa cara in terra, malaita sa die chi at connotu cust’ainu”.

Più i giorni passavano è più la rabbia ed il rancore in lui crescevano.

Est una Tzàntara, una lèria; nde so abbilgonzadu. O si ch’andat a monza o …“.

E non terminava la frase.

In caminu s’acontzat bàrriu, as a bìdere, non apas pispinzu perunu“, ripeteva Donna Maria; anche Donnu Bachis era fiducioso ed anche Pedru, il primogenito. Frantziscu no, per lui non era così semplice, aveva una reputazione da difendere

Gennaio 1868

Era usanza, a Bitti, di recarsi presso il Santuario di San Paolo Eremita nei pressi di Monti. Frantziscu propose alla famiglia di recarsi tutti al santuario, Annunziata compresa; anzi, si offrì di accompagnarla lui personalmente. Il giorno della festa è il 15 gennaio.

La mattina del 15 si alzarono presto, li attendeva un lungo viaggio. Tutti erano indaffarati. Si preparavano i carri e i calessi. Frantziscu era molto impegnato, quella mattina, a dar ordini.

Mama e Babbu, andade a punta a innantis, nois ch’amus a sighire chin Annossata. Devimus andare a bellu a bellu, issa este raida già l’ischides, no bos iscretedas. Fintzas Pepinedda benit chin bois, est menzus chi deo ebbia abbarre chin sorre mia in su calesse“.

Pepinedda aiutò Annossata a vestirsi. Per l’occasione si mise l’abito da sposa della nonna Lughia, un bellissimo e prezioso abito rosso con un immenso valore affettivo. Peppina la abbracciò e le disse che era stupenda e che la vita è bella e che non vale la pena piangere e rinchiudersi in se stessi. La carovana partì alla volta di Monti. Mancavano Frantziscu e Annossata. Frantziscu aspettava la sorella nel cortile. Lei scese, era raggiante con indosso il vestito rosso; le stava benissimo. Una volta raggiunto il fratello chiese;

Franzì, nara sa veridade, comente isto? Ite palfo?”.

Mentre, allegra, faceva la giravolta Frantziscu la osserva e dice;

Su rosariu leadu l’as”? Lealu!

Annunziata lo aveva scordato. Rientrò a casa, lo prese e salì sul calesse. I due si avviarono su una vecchia carrareccia, la stessa che percorrevano i pastori durante la transumanza. Annunziata era in vena di chiacchiere, suo fratello no e le disse:

Prega, ca semus andende a sanare sa disgràscia tua, prega ca nd’as bisonzu”.

(Prega, poichè stiamo andando a porre rimedio alla tua disgrazia … prega, giacchè ne hai veramente bisogno)

Durante il percorso si aggiunsero degli uomini a cavallo, che seguivano passo passo il calesse. Erano irriconoscibili. Portavano mantello e cappuccio. La giovane donna pensò che fossero dei pellegrini che, come loro, erano diretti al santuario; dopotutto era quella la strada che i fedeli facevano per raggiungerlo. All’altezza di Monte Colvos, nel territorio di Buddusò, Frantziscu inchiodò il calesse, e fece un lungo fischio, come se fosse un segnale, mentre i cavalieri lo raggiunsero.

Ite b’at“, disse la ragazza visibilmente terrorizzata. I cavalieri la presero di forza; in quel mentre il fratello ripartì di corsa, non si fermò alle urla della sorella, non si fermò per nulla. Aumentò sas isfoetadas (le scudisciate) al povero Romellu. Non si fermò neppure quando udì il primo sparo, neppure al secondo e tantomeno al terzo. Corse come un pazzo, forse per sfuggire alla realtà, a quel delitto da lui commissionato, per scappare dalla tragedia. Giunto in chiesa, disse che dei continentali avevano rapito la sorella e che tra questi c’era il padre del figlio. Il quale ha giurato di portare Annunziata in continente perchè rimasto vedovo. Con grande dispiacere per la partenza della figlia, la famiglia Calvisi-Orunesu credette a Frantziscu. Nessuno seppe più nulla di quella ragazzina dai capelli rossi e mossi.

Tutti erano convinti che il giorno della festa di San Paolo, finalmente, il suo amato l’avesse portata via con sè. Questo è quel che disse Francesco ed è quello che i genitori, il fratello e l’adorata Peppinedda cercavano di credere, perchè a volte sapere, indagare, fa più male di una distorta verità raccontata. Spesso da queste verità distorte nascono delle leggende e le leggende nascondono sempre qualche verità.

Anni 80 del 1900

Inizia una campagna di scavi nella zona di Monte Colvos; nella domus chiamata “sa Conchedda de sa Fèmina” si ritrovano i resti di una giovinetta. Le ossa lunghe ed il cranio, si seppe in seguito, furono prelevate una trentina d’anni prima da degli studiosi di medicina. Tra i resti della giovane donna, oltre a lunghe ciocche di capelli furono trovati dei brandelli di tessuto rosso (uno dei colori del costume di Bitti). L’archeologo fece delle ricerche e scoprì che di una giovane donna, nativa di Bitti, non si seppe più nulla; di lei rimaneva solo il certificato di nascita. Da oltre 100 anni, quella domus prese il nome “Sa Conchedda de sa Fèmina”, ed era consuetudine, tra i pastori della zona, di portare un fiore ogni volta che si passava davanti a quella tomba arcaica. I poveri resti erano stati sepolti sotto pietre e terriccio, all’interno della domus, per preservarli dagli attacchi degli animali selvatici. Le rimanenti ossa ora sono custodite nel cimitero di Buddusò.

Nacque così la leggenda de sa Conchedda de sa Fèmina che così recitava

“una giovane donna di Bitti fu uccisa per mano di un parente o di un sicario perchè rimasta incinta in tenera età.”

Due giovani vite spezzate, madre e figlio, per sa ilgonza, la vergogna. Eppure allora, come oggi, i figli sono una gioia, una benedizione. Ma a quei tempi, come ai giorni nostri, certe situazioni vengono risolte con l’assassinio di esseri, in fondo, assolutamente innocenti. Quella povera ragazza è morta nel periodo più bello della sua vita; indossava il vestito da sposa della nonna, quel giorno; era il vestito più prezioso che aveva, si era fatta bella per entrare in paradiso.

Se passate da quelle parti, fate come i pastori che da oltre cent’anni lo fanno, portate un fiore per lasciarlo lì, accanto a sa Conchedda de sa Fèmina, per ricordare quella povera giovane donna diventata immortale grazie alla leggenda Gorofai.

Buddusò-Domus De Janas Sa Conchedda De Sa Fèmina o Monte Colvos

Si ringraziano per l’assistenza nelle ricerche, Quirico e Tomaso Tuccone.

Alcune delle informazioni sono state riprese dal libro di Tomaso Tuccone:

Il Libro di Tomaso Tuccone
Buddusò: I Monumenti Archeologici

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Alà dei Sardi: Pozzo Preistorico “Su Posidu”

Avvolto da una fitta vegetazione che funge da scudo, quasi atta a volerlo proteggere da occhi indiscreti, si trova uno dei tanti misteri che popolano l’Isola di Sardegna. Non è stato facile trovarlo; non è segnalato, come lo sono tanti altri siti. Si conosceva solamente la località. Dopo aver cercato in un terreno incolto, tra sughere appena spogliate delle plance di sughero e massi che prendevano le forme più disparate, forse eravamo giunti ad una rosea conclusione. La presenza di arbusti spontanei che sorgono in prossimità di sorgenti, ci ha fatto pensare che quella fosse la zona adatta per ciò che stavamo cercando. In seguito ci siamo addentrati in una selva di rovi, con le implacabili ed aggressive spine (che ci hanno lasciato il loro segno profondo sulla nostra pelle); quindi, come per incanto, ci è apparsa, finalmente, la nostra ambita meta in tutta la sua bellezza primitiva: Su Posidu.

Ma cos’è Su Posidu? Tradotto in italiano significa tesoro; è un particolarissimo pozzo situato nel territorio di Alà dei Sardi. Esso è collocato tra due enormi massi di granito, distanti tra loro circa 60/80 centimetri, alti più o meno 5-6 metri. Una serie di gradini in scisto, incastonati tra i due speroni di roccia, volutamente lavorati e sezionati, costituiscono una scala doppia che consentiva il raggiungimento, in maniera agevole, della la parte centrale del pozzo, dove era presente il prezioso liquido: l’acqua.

I gradini erano situati, a mo’ di specchio, da entrambi i lati dei massi. Si denota che qualche movimento tellurico, o comunque qualche sconvolgimento naturale, abbia notevolmente modificato la struttura del pozzo. Un terzo masso sta in bilico, in alto, tra i due più voluminosi. Purtroppo solo una serie di gradini sono giunti intatti a noi, ma sono sufficienti per capire com’era, in origine, questo particolarissimo pozzo. Ma a che periodo potrebbe risalire il manufatto? Per il signor Antonio, un allevatore della zona, incontrato per caso, sulla strada di rientro, non ci sono dubbi, trattasi di un pozzo nuragico. Non abbiamo trovato, in merito, valutazioni da parte di persone competenti che diano una datazione accettabile a questo sito: nessuno si è sbilanciato. Ma è facilmente intuibile il periodo. Trovandosi in un territorio ricco di monumenti nuragici e data la forma piuttosto inconsueta potrebbe essere del periodo del bronzo (civiltà nuragica). Oppure, addirittura, potrebbe appartenere ad un periodo anche precedente. Prima del pozzo si trova un menhir leggermente inclinato che sta lì a testimoniare quanto fosse importante il sito.

Il suo nome: Posidu “tesoro” è indicativo: quale tesoro per l’uomo di allora – come per l’uomo d’oggi- era prezioso come l’acqua? Non nascondo la grande emozione nel sedermi accanto ad un monumento della nostra preistoria. É stato per me come sedermi su di un grembo arcaico; da lì è stato facile immaginare quel pozzo nel momento del suo maggior splendore, quando sacerdotesse celebravano riti ordalici ed i pellegrini, gioiosi, partecipavano alle cerimonie in attesa dei vaticini, mentre danzatori, accompagnati da musiche ancestrali, arricchivano anima e spirito dei presenti creando una atmosfera magica.

Data la pericolosità del pozzo, si sconsiglia fortemente la visita.

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Buddusò: Tandalò-Il Villaggio Abbandonato

“Omines malos e ruzzos sos calvonajos de Tandalò”. Questo è quel che si diceva di loro. Non so se l’essere uomini rozzi e cattivi fosse legato al lavoro che facevano.

Lavoro duro che richiedeva forza fisica e dedizione, oltre alla maestria del trasformare il legno nel più pregiato combustibile di allora: il carbone. É noto che non poteva dare un bell’aspetto l’essere sempre scuri in volto e negli indumenti, poichè lavorare il carbone annerisce chiunque; ma ben sappiamo che non di certo anneriva i cuori. Tandalò, paesino dal nome poetico, a differenza di come gli abitanti venivano descritti, si trova in una angolo dimenticato da Dio, nel demanio forestale di Buddusò. Esattamente tra Buddusò ed Oschiri. La località non è visibile sinchè non ci si entra dentro, letteralmente; da fuori non si vede nessuna abitazione.

Sorge in una conca vitale, data la presenza del rio Mannu che, ovviamente, un tempo, con le sue acque era fondamentale per il sostentamento delle genti di Tandalò. Il piccolo villaggio nasce attorno a metà ‘800. Ha contato, nel passato, dai 100 ai 150 abitanti. É presente una chiesa dalle linee essenziali, dedicata a San Giuseppe, costruita nel 1930 circa, ed una scuola fatta di sole due classi, che svetta dall’alto assieme ad una croce di ferro, collocata tra le rocce. Abbandonato attorno agli anni ’70 ora cerca un riscatto. Qualcuno degli attuali proprietari ha iniziato a restaurare qualche casetta. Casette fatte in pietra con porte di ginepro.

Per raggiungerlo solo strade sterrate lunghe oltre 10 km, a testimoniare in quale luogo impervio sia collocato questo piccolo gioiello del passato. Se volete trasferirvi, seppur per un paio d’ore, in una atmosfera che non appartiene più a questo secolo, allora Tandalò fa per voi.

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Oschiri: Domus De Janas “Su Romasinu” O “Puttu Iscia” O Filigosu

Tre ipogei per tre distinti massi, ecco, queste sono le Domus di Puttu Iscia o di su Romasinu. Avendo ogni masso una sua propria forma, anche l’ipogeo scolpito nel proprio ventre ha una foggia diversa. Per semplicità si distinguono in Domus 1, 2, 3. La prima è in un masso con forme molto movimentate e con linee morbide; il suo ingresso mi ricorda la sagoma di una Dea Madre. La numero due è più piccola ed anche l’ingresso è minuto, seppur dotato di cornice. All’interno si evince quel che io amo definire un sole scolpito. Trattasi di una cupola convessa con dei solchi in discesa che simboleggiano (a mio modesto parere) un sole con i suoi raggi.

Un voluminoso spuntone di roccia caratterizzato da un enorme ingresso costituisce la terza domus. Osservandola a distanza essa pare un animale mitologico con una grande bocca ed un solo occhio laterale.

Gli ingressi di tutte e tre le domus sono a padiglione con accenno di corridoio. Si trovano in un ambiente naturale e protetto, qual è il Demanio Forestale di Su Filigosu, nel territorio di Oschiri. Sono facilissime da trovare essendo molto ben segnalate. Avvolte da un misterioso fascino e circondate dai profumi delle erbe autoctone, le domus stanno lì a testimoniare con quanta cura i nostri antenati accompagnassero i propri cari nell’ultimo viaggio.

All Rights Reserved © 2021  – Testo: Piera Farina-Sechi

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Pattada-Su Fogu De Santu Giuanne-2021

I fuochi vengono accesi il 23 giugno, vigilia di San Giovanni Battista, in pieno Solstizio D’Estate, dopo il tramonto del sole (che a Pattada avviene alle ore 21,04, ora legale, 20,04 ora solare).

I fuochi di San Giovanni venivano preparati con certosina cura dai ragazzini di tutti i Bighinados, che per mesi raccoglievano materiale da ardere (aghi di pino, pigne, rami secchi, paglia e sterpaglie varie, cartoni, ecc. ecc.). Tutto il materiale veniva conservato in dei magazzeni ed alla data prestabilita veniva accumulato nel sito del quartiere scelto con cura e destinato all’evento.

Come gia detto nel post del 2018 su questo argomento (https://pieragica.wordpress.com/2018/06/24/pattada-su-fogu-de-santu-giuanne/) ogni Bighinadu si impegnava al massimo per fare il fuoco più grande e più luminoso, e molte persone facevano il giro dei vari fuochi, per ripetere il rito del salto del fuoco che rendeva comares e compares de su fogu de Santu Giuanne, vincolo che a volte durava tutta la vita e che imponeva, anzitutto, di darsi del “voi” e, poi, di mantenere uno stretto legame che andava spesso, oltre la salda amicizia. Fra i quartieri che realizzavano i falò ricordiamo Su Pebianu con la piazzetta antistante la chiesa di San Giovanni, su Sotziu, Su Galminu, S’Enighedda (volgarmente detta Sinighedda), Carrucalza, Corona, S’Ispideru Santu, Cunventu, In Su De Cheja (La Parrocchia di Santa Sabina), Istria, Pedra de Mola, Riu Toltu, Funtana de Colveddu, Carrera Longa, Sant’Ainzu, Sa Piedade, Su Cucuru, Su Eladolzu, e bai nende etotu.

Se si osserva la data in cui i fuochi vengono accesi, ci accorgiamo di essere in pieno solstizio d’estate … questo, aldilà di ciò che viene affermato da certi studiosi, che attribuiscono al rito origini bizantine, implica che la nascita di questa consuetudine si perde nella notte dei tempi, affondando le proprie radici in periodi ben precedenti la cristianità. Con i fuochi si dava inizio alla stagione della luce, del calore, della produttività della terra, delle lunghe giornate lavorative che, d’ora in avanti, andranno via via scemando fino a giungere al solstizio d’inverno, indicante il buio, il riposo della terra, le cortissime giornate lavorative. Questa tesi viene rafforzata dal fatto che i falò di san Giovanni accomunano oltre a svariate zone d’Italia (per esempio Torino, Firenze, Brescia, Trieste, Valle d’Aosta, ecc.) anche diversi paesi europei.

La cosa più bella di questo rito del fuoco di San Giovanni è rappresentata dal sorriso e dal divertimento dei bambini e dei ragazzini che, come in una sorta di iniziazione sociale, osano saltare fuochi sempre più grossi e “pericolosi”. Quei sorrisi e quegli sguardi, che, purtroppo, non possiamo pubblicare per le leggi vigenti che ce lo impediscono, rappresentano da soli un validissimo motivo per fare una capatina, l’anno venturo, a Pattada o in uno dei tanti paesi dove l’antica tradizione vive ancora, per assistere a questa misteriosa ed ancestrale cerimonia.

All Rights Reserved © 2021 – Foto & Testo di Bruno Sini

Pattada – Menhir Falliforme

Piacevole Incontro Inaspettato nel Territorio di Pattada

Il Menhir Falliforme di Pattada

Sotto l’ombra di alberi centenari, tra massi tondeggianti, c’era un vecchietto che attendeva di conoscerci. Nessuno si era accorto della sua presenza (così almeno credo); era lì, in silenzio, che aspettava, con la sua pazienza tipica ed ancestrale. Lo abbiamo ammirato, ossequiato; è stato un “rendez-vous” emozionante; perchè “lui” non è una delle solite pietre che si incontrano in montagna; “lui” è un manufatto litico preistorico elaborato, lavorato ed adorato, in riti priapici, per secoli e secoli, dagli antichi sardi del neolitico finale, che prende il nome di “Menhir”, in sardo “Pedra Fita“, chiaramente rappresentante un fallo.

All Rights Reserved © 2021  – Testo: Piera Farina-Sechi

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Ozieri – Sarda Ceres presso il Civico Museo

Giocare con la storia

Iaia, a la poto leare sa pupia ruja? (Nonna, posso prendere la bambolina rossa?)

“Emmo, leala, ma chin cuidadu, abba’ chi non ti ruada, ca tiu tou nde ildinat , chie est cussu” (Sì, prendila, ma con estrema cautela, non farla cadere, nel qual caso a tuo zio crollerebbe il mondo addosso)

Ed io regolarmente mi dirigevo verso la stufa a legna rossa, prendevo delicatamente la bambolina, la adagiavo, con tanta cura ed attenzione, sul grande tavolo di cristallo. E, dopo essermi ben seduta, iniziavo a giocare con lei. Non era una semplice bambolina, le mancavano gli arti, e, per l’appunto, l’avvolgevo in una piccola coperta di lana bianca. Nonna Pietrina mi diceva che era speciale sottolineando che non tutte le bambole erano così belle. Io la guardavo con insistenza. Aveva una straordinaria pettinatura, delle lunghe trecce, un nasino un po’ storto … ma non era granchè importante, per me era la più bella del reame. Era rossa, come la stufa sulla quale stava solitamente. Ed era li che la riponevo dopo aver giocato con lei. Questi sono i miei ricordi di bambina. Quando i miei nonni passarono a miglior vita, la loro casa fu venduta ed i figli si spartirono oggetti, oggettini e mobilio. La bambolina rossa, dalle lunghe trecce con il nasino storto, tornò da colui che, casualmente, la trovò

Passarono gli anni: tanti.

Ad Ozieri si decise, finalmente, di far nascere un Museo Civico, con la finalità di raccogliere sia i vari reperti trovati durante gli scavi, sia quelli donati da semplici cittadini, frutto di casuali rinvenimenti. Siamo attorno agli anni ottanta. Io ero catechista della Parrocchia di S. Francesco e, nell’attiguo Convento fervevano i preparativi per l’imminente apertura del Museo. Poco prima dell’inaugurazione ufficiale, ebbi l’opportunità di ammirare l’allestimento museale appena terminato.

Tra una teca e l’altra, un piccolo reperto mi riportò indietro di tantissimi anni, quasi 20. Rividi la bambolina con la quale giocavo sino a 5 anni. M’è tornato in mente, come un boomerang, il passato. Ripiombai nei ricordi d’infanzia. Fu allora che mi precipitai da zio Agostino.

“Tiu Austì, sa pupia che l’ant posta intro a una bedrinedda totu lughes; ma tando est una printzipessa abberu” (zio Agostì, la bambolina si trova in una teca, ma allora rappresenta veramente una principessa”.).

Mio zio sorrise e, pacatamente, mi spiegò tutto. Rimasi estasiata dal racconto … in poche parole capii di aver giocato con una Dea di quasi 2000 anni.

Dopo tutto il tempo trascorso (oltre 30 anni dall’allestimento del Museo Civico) mi chiedo perché nessuno ha mai riportato il vero sito del ritrovamento del piccolo busto? Leggo “ritrovato nelle Grotte di San Michele”, oppure “all’interno delle Grotte del Carmelo”: niente di più errato.

Ma se lo chiede, soprattutto, chi lo ha ritrovato, a tal punto che alla veneranda età di 85 anni si è visto costretto a scrivere due righe di suo pugno all’autorità competente specificando i dettagli del rinvenimento.

Mettiamo un po’ di ordine per capire bene cosa sia realmente successo.

La statuetta fu ritrovata da Agostino Sechi in una data ascrivibile, più o meno al 1956. Allora Austinu aveva appena 21 anni. Rientrava a casa con suo padre (mio nonno Luigi). Tra una chiacchiera e l’altra scorse qualcosa che faceva capolino nel terreno e che attirò la sua attenzione. Si chinò e la raccolse. La mostrò al padre ed esclamò:

“Como est a bìdere si est bera o si est un’iscopiatzadura de s’Otichentos” (“chissà se è originale o una riproduzione dell’800”) (1).

Rientrato a casa la ripulì per bene; terriccio e tracce di muffa la ricoprivano in parte. Si mise, poi, alla ricerca di ciò che poteva rappresentare. La fece vedere -persino- ad uno studioso di storia, il quale confermò che non era altro che un piccolo, insignificante e brutto busto di terracotta, addirittura mal fatto. Non si fermò, chiamò un altro esperto, ma -nulla di fatto- confermò la tesi del precedente. Insomma: Agostino, scoraggiato ma non deluso, decise di tenere quel busto. Lo restaurò, poiché nella parte bassa, cioè la base, non aveva un appoggio valido (era instabile, come se mancasse del materiale da un lato). Aggiunse il materiale mancante per donare stabilità e lo posò sopra la stufa rossa. A casa dei genitori, dove abitava, la stufa rossa veniva regolarmente tinteggiata e così anche il povero busto, ogni anno riceveva una bella mano di vernice rosso ciliegia. Sinché un giorno, Agostino non comprò un libro sui romani in Sardegna, per arricchire la sua già ben fornita libreria. Non credette ai suoi occhi. All’interno c’erano illustrazioni di busti simili al suo. Il reperto era romano, quindi, e rappresentava una dea. Iniziò ad approfondire la ricerca recandosi in biblioteca. Trovò quel che cercava. Finalmente ebbe la risposta ai sui dubbi e ai suoi perché. Si trattava di un busto di Sarda Ceres. Cerere era, per la mitologia romana, la dea del grano, del buon raccolto, dell’abbondanza e della fertilità; corrispondeva a Demetra nella mitologia greca. A questo punto la datazione poteva risalire ad una forchetta che va dal I al II sec. d. C.

Agostino decise che se un giorno ad Ozieri si fosse concretizzata l’idea – che circolava da tanto – della realizzazione di un museo civico, quella statuetta lui la avrebbe donata senza un attimo di esitazione. Ne parlò con Don Amadu che, allora, era un riconosciuto esperto di reperti storici. Dopo averla esaminata, confermò che si trattava di un busto fittile del II sec. d. C. Questo negli anni 80. Consegnò la statua allo stesso prelato con la raccomandazione che venisse collocata nel costituendo museo civico.

Qual’ è esattamente il sito del ritrovamento?

Agostino Sechi stava percorrendo (nel 1956 circa) via Cesare Battisti (lungo una delle pareti laterali del Teatro de Candia), oggi vicolo chiuso. Allora era una piccola via che collegava il retro del Teatro, il giardino di San Francesco ed altri giardini di case della zona e la chiesa di San Giorgio (chiesa del palazzo dei Delarca, oggi ne rimangono solo alcuni ruderi, ma sono ancora visibili i segni della sua originaria foggia). C’era persino una ripida gradinata che collegava la suddetta via con la sottostante piazza di San Francesco. Nel punto esatto dove venne ritrovata la statua c’era una specie di discesa, chiamata “rascinadolzu”. Esso era tra i giardini della chiesa di S. Francesco, la cappella della chiesa di S. Giorgio, su Cantaru ed il Teatro. Possiamo identificarla meglio se prendiamo in considerazione gli attuali gradini che portano alla torre (de su Cantaru). Ebbene il muro che separa i gradini, un tempo era molto distante quasi a ridosso della torre e tutto quello spazio era su rascinadolzu (per alcuni era una discarica). Il piccolo busto della Dea Sarda Ceres fu ritrovato da quelle parti. Era conficcato nel terreno; Agostino non ha scavato per recuperarlo, era in parte visibile, lo ha leggermente smosso e poi lo ha estratto.

Viene spontaneo domandarsi: cosa ci faceva un simbolo della religiosità romana da quelle parti? La dea veniva usata come amuleto propiziatorio del buon raccolto e come auspicio di fertilità. In quell’ambito cittadino troviamo ben due chiese; e non dimentichiamo che attorno al 1500 la zona era abitata da spagnoli. Rimangono ancora la casa della piazza di San Francesco (console della Contea de Oliva), la stessa chiesa di San Francesco fu costruita in quel periodo e commissionata dai Delarca (all’interno numerosi stemmi e simboli ci riconducono alla Spagna) e la chiesetta di San Giorgio attigua al palazzo dei Delarca (ora distrutto). Possiamo affermare, oggi, che all’epoca era un vero e proprio quartiere spagnolo. Torniamo a noi e alla nostra Dea. In genere le chiese, nel passato, venivano edificate in siti dove erano presenti, in tempi precedenti, luoghi di culto. E se da quelle parti, oltre 2000 anni fa, ci fosse stato un tempio dedicato alla dea delle messi? So per certo che il panorama di quel tratto di Ozieri guarda verso l’immensa piana di Chilivani; piana dove le messi imbiondivano, d’estate, centinaia di ettari. La produzione di questi busti votivi è tutta sarda; queste terrecotte venivano create e prodotte in Sardegna. Busti simili sono stati ritrovati in vari centri del nord ovest dell’isola sarda (2). Si può aggiungere che si tratta di una Dea Sarda adorata nel periodo della dominazione romana, chiamiamola pure “opera” di artigianato locale (noi sardi abbiamo sempre creato qualcosa di personale, nonostante gli invasori provenienti da diverse latitudini). Osservando bene il piccolo busto e confrontandolo con altri simili ritrovati in Sardegna, si nota una diversa forma nella parte inferiore. Tutte le altre hanno un parte terminale allungata, presente anche il petto e parte dei fianchi e, questa, invece pare termini in maniera molto “originale”. Non ci è dato sapere se qualcuno, in passato abbia voluto dare una forma diversa. Non dimentichiamo che la dea Cerere era anche la dea della vita, quasi una continuità della nostra più nota “Dea Madre” della cultura di Ozieri. Secondo alcuni aveva un collegamento con il regno dei morti.

Infine, ci tengo a sottolineare che il ritrovamento fu fatto in zona “su Cantaru” e ribadisco che mi piacerebbe pensare, dati i luoghi di culto esistenti attualmente, che in passato lì sorgesse un tempio romano dedicato alla dea dei raccolti e dell’abbondanza, considerata anche l’importanza strategica che la piana di Chilivani doveva avere per i Romani, soprattutto per quanto riguarda la coltivazione di migliaia di ettari piantati a grano.

La mia fantasia galoppa, è vero, ma in qualunque caso è stato fantastico, per me, giocare con la storia avendo tra le mie mani di bambina una Dea di 2000 anni fa.

  1. Nel 1800 si amava riprodurre oggetti di periodi precedenti
  2. Vedasi per esempio, in merito, le “Sarda Ceres” ospitate presso l’Antiquarium Turritano e presso il Museo Nazionale di Cagliari

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Sassari: La Leggenda di Monte Furru (gli Spiriti Danzanti)

Era già quasi buio; Nigoleddu stava terminando di raccogliere i frutti del suo piccolissimo orto. Sistemò alcune casse nel suo calesse e diede una stretta alla sella di Baroreddu, il suo asinello, al quale era legato da una innata affezione; chiuse s’aidu con un pezzo di filu ‘e ferru ed intraprese la strada del rientro. Era felice, quella sera, ma stanco. Il suo piccolo orto gli aveva regalato più di quanto potesse immaginare. A casa lo aspettava Peppa, sua moglie, ed i suoi due figli. L’orto era situato in una delle più belle vallate della periferia di Sassari: Logulentu. Zona, quella, dove molti benestanti avevano delle residenze estive. Colori e profumi di una rigogliosa e generosa natura rendevano la vallata quasi un’imitazione dell’Eden.

Nigoleddu lo sapeva bene e, nel lento incedere del suo vecchio amico quadrupede, pensava a quanto era bella quella vallata, seppur le tenebre di quella buia sera, stavano per impossessarsene. Da Logulentu a Sassari la strada è breve; superato il rio Gabaru, la stradina si inerpicava sino a raggiungere la parte alta di Badimanna per poi proseguire per via Rosello. Ogni giorno lo stesso percorso. Peppa era colei che, all’angolo della strada davanti alla chiesa della Santissima Trinità, con un piccolo banchetto, vendeva i frutti del suo orto. Per i due coniugi era tanto; i pochi francos e soddos guadagnati erano sufficienti per mandare avanti la famiglia. Il loro più grande obiettivo era quello di poter far frequentare la scuola ai figli, grazie a questi piccoli guadagni.

Il percorso in salita di Nigoleddu, quella sera, era diventato pesante. Una forte sonnolenza rendeva il tutto faticoso. La stanchezza era tanta. Ad un certo momento, però, mentre si trovava nei pressi della villa dei Dequesada, una musica lo attirò in maniera quasi ipnotica. Fermò Baroreddu, scese dal calesse e si recò dritto dritto verso la villa: non credette ai suoi occhi. Trovò una vera e propria festa. Numerose persone gli andarono incontro per invitarlo ad unirsi a loro nelle danze. Una luce accecante rendeva lo scenario quasi inverosimile. I balli continuavavo, Nigoleddu era visibilmente stanco e non avrebbe retto più di tanto. Mentre ballava notò un qualcosa di anomalo. Le persone che danzavano con lui sembravano non stancarsi mai; lui, invece era pronto per crollare a terra. Strano, pensò. Io ballo, loro ballano con me, io mi stanco sempre di più, loro, invece sembrano più grintosi che mai. Ed è in quel momento che pensò a Peppa e ai suoi figlioli che lo aspettavano a casa. Riuscì a raccogliere tutte le sue forze, le ultime, sicuramente, per cercare di scappare. Nonostante i festaioli cercassero di intrattenerlo, lui scivolò via in men che non si dica. Raggiunse Baroreddu e si avviò, di corsa, verso casa. Nel mentre, tutta la stanchezza gli era passata e fu talmente lucido da capire che stava per finire in una trappola di anime di defunti che, come spesso si racconta, ballano per attirare nuove prede, anime da portare con loro all’inferno. Giunto a casa, nel pressi della Fontana di Rosello, ripensò a ciò che gli era capitato. Raccontò tutto alla sua amata Peppa e decisero, al mattino seguente, di andare da don Remundu Sole, parroco della SS Trinità. Era l’alba di una strana mattina sassarese, quando il parroco se li trovò davanti. Don Remundu ascoltò con attenzione il racconto di Nigoleddu, mentre sgranava il rosario in maniera vorticosa, poi si alzò di scatto ed eclamò -” Oh mascì te andadda be’; sthavi pa’ intregà l’anima a lu dimòniu”-.

Andò a prendere l’acqua santa e la versò, a litri sul corpo, leggermente spaventato, di Nigoleddu. Dietro consiglio del parroco, Nigoleddu, chiamò un gruppo di amici per iniziare a creare un nuovo sentiero verso Logulentu, ben distante dalla casa dei fantasmi, a modo che, ne lui e ne altri passassero accanto alla casa stregata dei Dequesada.

Tutt’ora esite quel sentiero. È il primo che, situato sulla destra, alla fine di via Baldedda, da Monte Furru porta giù nella splendida vallata di Logulentu.

Ma chi sono i Dequesada e cosa successe in quella dimora estiva? I Dequesada, ora Quesada, sono un antica famiglia sassarese di origine spagnola. Il proprietario era un certo Cristoforo Quesada, II Marchese di San Saturnino, nato a Sassari nel 1813, morto, sempre a Sassari, nel 1893. Tra i documenti del Catasto Agrario sassarese si evince che la dimora era già presente nel 1864. La costruzione era considerata fatiscente già da diverso tempo, ma non fu solo la leggenda di Nigoleddu ad arricchire di puro terrore le proprietà che il Marchese aveva a Logulentu; tant’è vero che molti, a distanza di anni, vedono ancora numerosi fantasmi danzanti, aggirarsi la notte da quelle parti. Certe leggende rimangono impresse a fuoco vivo su alcuni siti. Non abbiamo notizie del perchè quella dimora estiva fu abbandonata. Spesso, con la morte del padrone, molte proprietà cadono in disgrazia, oppure venne abbandonata perchè considerata “realmente” stregata. Ora è pressochè un rudere, ed è un vero peccato. Rammarica assistere alla sua completa distruzione. La casa era sicuramente dipinta di rosa, tracce di intonaco di quel colore fanno ancora parlare di sè tra i rovi e i muri crollati. Ha porte e finestre spalancate, ma è pericolosissimo anche solo tentare di accedervi dato che le strutture portanti sono visibilmente compromesse e l’intera palazzina è quasi pronta ad un imminente crollo. Eppure ci riporta indietro nel tempo, quando gentiluomini e donzelle pallide la frequentavano.

La parte straordinaria di quest’angolo di Logulentu è il Berceau Neoclassico, un tempietto, che non era (secondo me) un gazebo, quanto piuttosto una fontana sormontata da 4 colonne, dove un tempo dei giochi d’acqua donavano freschezza ed allegria nelle lunghe giornate estive. Nell’insieme ricorda una campagna inglese di metà 800 con numerosi fiori e alberi da frutto, che incorniciano il tutto come uno dei più bei ricami d’epoca, rendendo così il paesaggio simile ad un quadro dell’indimenticabile Pierre-August Renoir. Rattrista e non poco il fatto che prima o poi quel bel vedere sparirà, data la precaria situazione dello stabile e del tempietto; avremo solo un mucchio di calcinacci e nulla più. La prima volta che la visitai risale almeno ad una decina di anni fa, ora è veramente malconcio. Spero che chi di dovere ricorra ai ripari, salvando ciò che gli uomini del passato ci hanno voluto tramandare. Diversi, si sono interessati, spicca tra tutti Alessandro Ponzeletti (storico d’arte) il quale, con studi approfonditi, ha ricordato ai più, non solo la leggenda di Monte Furru, ma anche i vecchi sentieri della vallata. Marchesi, conti, pastori, ortolani e fantasmi, questa è la vallata di Logulentu, una delle più belle valli di Sassari, talmente bella da ricordare un Eden. Ma attenzione, se un tempo si vedevano i fantasmi, oggi si avvistano delle streghe che, con voce stridula, si aggirano tra i foschi sentieri carichi di bruma mattutina, sgridando e spaventando gli ignari escursionisti e visitatori.

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Fonte La Nuova Sardegna – Articolo di Luca Fiori del 27-02-2012

Giave: Necropoli di Santu ‘Ainzu – Simboli Preistorici

…”Io, ho voluto incidere un sole che sorge, per far si che, come zampillo di luce, illumini le vostre tenebre e vi accompagni, avvolgendovi nella sua radiazione luminosa verso l’aldila’, verso il Divino. Divino che vi lascio qui, scalfito dalle mie mani, in questa roccia che custodirà il vostro corpo, accanto al sole, sotto forma di triangolo, per proteggervi e guidare il vostro cammino ultraterreno”…

… Deo, apo chèrfidu lassare trata de su pesare de su sole, a manera chi, che a bena de lughe, illucheret s’iscurigore bostru e pro chi bos ch’acumpanzet, imbolighende·bos in sa radiatzione lughente sua, a chirru a s’àteru mundu, deretu a su Divinu. Divinu chi bos lasso innoghe, rasciadu dae manos mias, in custa roca chi at a bardiare sa carena bostra, a costazu a su sole, a sestu de triàngulu, pro bos cuverenare e pro ghiare su càminu bostru a s’àteru mundu …
Questo è un mio scritto, ma chissà, se l’artista dei graffiti ha avuto lo stesso mio pensiero prima di iniziare la sua opera!

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Ittireddu – Il Magnifico Nuraghe Funtana

Si dice che ogni Nuraghe sia un mondo a sè. Seppur presentino tutti, a grandi linee, le stesse caratteristiche: la forma troncoconica con in cima un terrazzamento, normalmente non giunto intatto a noi, purtroppo, ogni monumento ha delle peculiarità proprie; vuoi per il colore dei conci utilizzati o per il numero delle torri, vuoi per la forma dei corridoi o per le scale a volte con i gradini altre volte a scivolo, per i nascondigli, per i ripostigli e via dicendo. Insomma il progetto per la realizzazione di un nuovo Nuraghe veniva affidato all”ingegnere nuragico” (o ad una equipe di “ingegneri”) il quale dava la propria impronta ed estro personale all’edificio seppur tenendo conto delle stesse caratteristiche di base. Non ci è giunto, purtroppo, nessun Nuraghe con la sommità intatta; la loro foggia era come i castelli. Dei terrazzamenti sporgevano in cima, creando dei veri ballatoi in pietra, coperti con delle impalcature in legno che davano la forma dei castelli come noi oggi li conosciamo. Possiamo dire che i castelli sono nati qui, considerata la collocazione storica dei Nuraghi molto più antica rispetto ai castelli. Il Nuraghe Funtana si trova a due passi dal paese logudorese di Ittireddu. Controllato a vista dalla montagna nera del vulcano Monte Lisiri e dal monte Zuighe, consta di tre torri, una più arcaica, le altre due aggiunte in un secondo tempo.

La bellezza straordinaria di questo edificio la si respira in ogni angolo, per non parlare della torre centrale dove all’interno troviamo un sedile circolare realizzato con dei conci triangolari che formano quasi un ricamo. In questo ambiente sono stati ritrovati degli splenditi tavolini. In loro ricordo abbiamo una copia, mentre gli originali, assieme ai numerosi reperti ritrovati, si trovano nel curatissimo Museo Archeologico del paese. Fu trovato anche un focolare composto da sette conci cuneiformi, anch’esso lo possiamo ammirare al museo del paese. Altra caratteristica è che si possono ancora trovare tracce di sughero tra un concio e l’altro. Il sughero era un materiale molto usato dai nostri antenati, in quanto disponibile in abbondanza; io sono convinta che le plance di sughero venissero usate anche per la scrittura. La finestrella di scarico dell’ingresso che permette di accedere alla stanza più grande ha la forma di un Nuraghe, teoria, questa tutta personale. Non tutte le finestrelle sono a forma di toro (divinità dei nuragici) ma, alcune hanno la forma di una torre; in questo Nuraghe è evidentissima. Attorno al Nuraghe tracce evidenti della presenza di capanne che denotano che in questa zona c’era una cittadella nuragica. Più in là si può notare quello che poteva essere un cromlech; questo circolo di pietra ci porta a pensare che la presenza dell’uomo, da quelle parti, potrebbe, cronologicamente, condurci molto indietro sino al Neolitico. Mistero e magia da millenni avvolgono questi edifici arcaici, ancora parzialmente indecifrabili, ma che ci trasmettono, però, un’emozione indescrivibile, proiettandoci in un passato glorioso del quale noi possiamo solamente andare orgogliosi.

Ulteriori informazioni: https://www.facebook.com/NURNET2013/posts/2369423533136357

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Sardegna: Isola delle meraviglie

… a volte mi pare di allontanarmi per migliaia di km, di viaggiare per giorni, di camminare per ore, di attraversare fiumi, di scalare montagne, di trovarmi nelle viscere della terra, di osservare il buio della grotta e, una volta fuori, di ubriacarmi di sole; sole che illumina ogni dove.

Mi pare di essere catapultata in un altro mondo. Di trovarmi in America Latina, o in Africa, nell’ Estremo Oriente o in Australia.

Paesaggi diversi, spiagge uniche, mare dai colori vivi e frizzanti, vegetazione che varia da zona a zona, come i suoi inebrianti profumi.

Poi apro gli occhi e mi accorgo che sono sempre a casa mia, nella mia grande e magica isola chiamata Sardegna. (4 luglio 2016)

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Nuoro: Area Sacra di Noddule – Cromlech

… rannicchiata nel grembo della terra dove tutto ha origine. Come disse il grande Anassimandro: ἐξ ὧν δὲ ἡ γένεσίς ἐστι τοῖς οὖσι, καὶ τὴν φθορὰν εἰς ταῦτα γίνεσθαι κατὰ τὸ χρεὼν διδόναι γὰρ αὐτὰ δίκην καὶ τίσιν ἀλλήλοις τῆς ἀδικίας κατὰ τὴν τοῦ χρόνου τάξιν. (Là da dove viene la vita degli esseri là anche si compie, secondo una legge necessaria, poichè tutti debbono pagare il fio e l’ingiustizia nell’ordine del tempo.)

Nuoro - Cromlech di Noddule
Nuoro, area sacra di Noddule – uno dei due Circoli Megalitici presenti

Da un pugno di terra ha inizio la vita; terra siamo e terra diventeremo alla fine dei nostri giorni. Essa è il nostro grembo che, come una madre, ci protegge, ci nutre in vita e ci conserverà per sempre. I nostri antenati avevano un rapporto di simbiosi con la terra, rapporto che noi abbiamo perso. Ne sono l’esempio i Circoli di Pietra o Cromlech. Questi monumenti sono ancora in fase di studio, di essi si sa ben poco, diversi studiosi affermano essere pietre sacrificali, ovvero luoghi dove i corpi delle vittime sacrificali venivano appesi alle pietre. Altri sostengono, invece, che si tratti di pietre funerarie, dove i corpi venivano lasciati per essere scarnificati. Qui sono a Noddule, area archeologica nel territorio di Nuoro al confine con quello di Orune

(14 ottobre 2016)

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Per approfondire : Nuoro: Tempio Sacro Nuragico Di Noddule

Oniferi: La Domus salvata da un destino crudele – “Necropoli sas Concas” – Tomba 20

Oniferi - Necropoli sas Concas - Tomba 20
Oniferi – Necropoli sas Concas – Tomba 20 scampata, per miracolo, alla distruzione, a causa della costruzione della soprastante strada 131 D.C.N

Le strade sono utilissime ed importanti per il collegamento tra luoghi diversi; il loro studio, progettazione e realizzazione porta spesso a decisioni infelici e talvolta ci si pone dei dubbi se continuare ad andare avanti o modificarne il percorso quando ci si trova davanti ad un ostacolo tanto grave da impedirne il prosieguo, bloccando i lavori. Mi immagino sia successo questo, quando per la realizzazione delle 131 DCN (Diramazione Centrale Nuorese) iniziata il 13 ottobre del 1972 e terminata nella primavera del 2005, nella località Sas Concas ad Oniferi ci si accorse che il tracciato della strada passava proprio dove è collocata una Domus della Necropoli: la numero XX

(Il Sepolcreto di Sas Concas -2700 a.C. circa- è composto da una ventina di tombe. Scoperto ed indagato tra gli anni 60/70, divenne popolare grazie alla presenza di numerosi grafiti antropomorfi di omini capovolti).

Naturalmente alcuni hanno pensato di continuare i lavori; con un po’ di dinamite, il problema si sarebbe risolto. Dopotutto, quel monumento, non era poi così maestoso come gli altri del complesso. Quale destino crudele stava per abbattersi su quella piccola Domus un pò distante da tutte le altre! Ma, a volte, esistono persone che riescono a trovare soluzioni … diciamo “curiose” come quella che fu adottata all’epoca: la strada non cambia percorso e la Domus rimane al suo posto: e così fu. La carreggiata passa a pochi metri sopra la Domus e questa è stata, almeno in buona parte, preservata. Per sentito dire, fu un ingegnere che ne impedì la demolizione. Sono andata a visitarla, poichè, forse, è l’unica che vien considerata poco o nulla rispetto alle sue “celebri” consorelle site aldilà della strada. Essa, ora, si trova sotto la strada, appunto, in uno spazio che porta un’infinita tristezza poichè l’ infrastruttura sovrastante le dona oscurità rendendola cupa e tetra. Pare quasi che ci troviamo in un canto dantesco dell’inferno.

É composta da un piccolo corridoio che ci porta ad una anticella per poi arrivare alla vera e propria cella. La cella è piccola e non presenta nessun segno di quelle figure capovolte che hanno reso famosa la Necropoli di Sas Concas. Data la mancanza di sole è invasa dall’umidità e risulta viscida al tatto. La nota positiva è che esistono persone che riescono a capire l’importanza di un monumento. Seppur infelice per la nuova veste, questa Domus, è ancora lì a parlarci di sé e a farci riflettere su quanti monumenti (anche più importanti di questo) siano andati distrutti per sempre, pur avendo la possibilità di trovare delle soluzioni per poterli preservare … .

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Per chi volesse approfondire vi invito alla lettura di un post del 2015 di Nurnet firmato da Antonello Gregorini, ritrovato in rete dopo aver scritto il mio pezzo https://www.facebook.com/NURNET2013/posts/oniferi-domus-de-janas-sotto-un-viadotto-della-ss-131-dir-noanche-in-questo-caso/800317193380340/

Ozieri: Le Trentasei Spade di Bronzo Finite nel Nulla

In questi giorni si è parlato tanto di reperti archeologici tenuti, più o meno, illegalmente e delle difficoltà che, normalmente, si possono incontrare nel cercare di consegnarli agli enti preposti (Musei Nazionali o Sovrintendenze); questi oggetti, spesso, fanno parte della famiglia, avuti in eredità da nonni o da avi.

Di archeologia vera e propria si parla sin dagli inizi del 1400 … ma questa branca della conoscenza tarda ad avere la sua giusta considerazione. Un tempo gli oggetti ritrovati che non fossero contemporanei destavano semplicemente curiosità, quando non venivano, addirittura, considerati “inutili”. Vorrei riportare un brano del 1770 di Matteo Madau (1), nel quale si descrive il ritrovamento di “certi” oggetti:

<< Noi possiamo rendere la testimonianza d’aver veduto noi stessi circa trentasei spade di rame di corintio(2), non lavorato con lima, ma fatto a getto, le parti delle quali, cioè pomo, elsa e lama erano della stessa materia continuata: la forma e figura poi dell’una e altra parte, come pure anche a’ lati a schiena di pesce, e la lunghezza altresì ora di cinque palmi, ora di sei con grossezza e latitudine proporzionata. Queste armi, unite tutte in un fascio, furono fortunatamente trovate da una pastorella ozierese, e poi dal di lei genitore e da altri pastori disotterrate in un sito, distante alle tre leghe da Ozieri, nostra patria, nell’anno 1776: sito di campagna affatto rasa, vicino ad una pubblica strada, che a memoria d’uomo non è mai stato popolato da gente antica>>

Questo è quanto scrisse il gesuita filologo e poeta ozierese Matteo Madau nel suo libro “Dissertazioni storiche apologetiche critiche sulle sarde antichità” (Cagliari 1792 Tomo I, pag. 19). Mi chiedo ora che fine abbiano fatto queste 36 spade; saranno rimaste in loco, cioè ad Ozieri, magari nella mani dei discendenti della giovane fanciulla oppure avranno varcato i confini (sas lacanas) del comune se non adirittura quelli del “mare nostrum” ed in qualunque caso, il “rame corintio” di cui erano costituite avrà ancora la forma di tante spade o sarà stato fuso per creare chissà quale monumento? … Domande che rimarranno, molto probabilmente, tali e quali per i secoli a venire.

Essendosi perse le tracce di questi manufatti, giusto per far comprendere meglio di cosa stiamo trattando possiamo fare riferimento a dei ritrovamenti analoghi, come per esempio: il tesoro delle spade votive “Su Scusorgiu” di Villasor(3) o il ritrovamento in località “Funtana Coberta – Sos Cunzados” a Padria(4) per giungere ai ritrovamenti di Orroli, nel nuraghe Arrubiu(5)

Spade Nuragiche Villasor - Disegno T. Cossu
Dalla pubblicazione di Fulvia Lo Schiavo: Tesoro di Spade Votive di Su Scusorgiu di Villasor

(1); Matteo Madau, al secolo Pietro Giovanni Sanna; nacque ad Ozieri nel 1723 e morì a Cagliari nel 1800. Filologo e poeta divenne gesuita e scrisse numerose opere sui sardi e sulla loro lingua ed in particolare diede alle stampe l’opera: Dissertazioni storiche apologetiche critiche sulle sarde antichità.

(2); Il Rame o Bronzo Corinzio era una lega di rame, argento e oro che la tradizione vuole sia stata scoperta casualmente nel corso dell’incendio di Corinto del 146 a. C. per una fusione accidentale dei tre elementi componenti; in seguito questa lega venne usata in età romana per svariate creazioni artistiche quali statue, vasellami ed altro.

(3); Lo studio di Fulvia Lo Schiavo può essere scaricato dal link:

http://www.quaderniarcheocaor.beniculturali.it/index.php/quaderni/article/view/212/115

Altre informazioni si possono reperire in: https://www.sardegnainblog.it/7837/spade-nuragiche-ritrovamenti-analisi-significato-villasor/

(4);  Spade votive di Padria: https://www.facebook.com/bronzettinuragici/posts/80-insegna-composta-da-spada-centrale-votiva-sormontata-da-placca-protomi-di-cer/616990535128396/

(5); Spada e frammento di corna di cervide di Orroli del 2013: https://monteprama.blogspot.com/2013/11/la-spada-e-il-frammento-di-corna-di.html

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Padria: Museo Civico Archeologico

Il Museo Archeologico di Padria ha sede nell’ex Monte Granatico, nelle immediate vicinanze della bellissima e preziosa chiesa parrocchiale di Santa Giulia(1). Praticamente il paese di Padria sorge su un antico insediamento romano, Gurulis Vetus. Durante la costruzione del paese sono, dunque, state ritrovate migliaia di testimonianze dell’antica storia di Padria. Gran parte di questi ritrovamenti hanno costituito il primo nucleo fondante del museo.

Viso femminile di epoca romana
Meraviglioso viso femminile di epoca romana – É stato scelto come simbolo del Museo di Padria

A questa cospicua base di partenza si sono aggiunti, progressivamente, tanti ritrovamenti preistorici che vanno dal neolitico al tardo nuragico, provenienti dai numerosi siti archeologici di notevole interesse presenti nel territorio del paese (Badde Nare con le sue bellissime domus, il Nuraghe Longu, ben conservato e con caratteristiche costruttive uniche e molto interessanti, il Pozzo Sacro Funtana Coberta o Sos Cunzados – oggi completamente distrutto – dove vennero ritrovati alcuni meravigliosi oggetti bronzei, tra i quali un magnifico Trofeo di Spade Votive, oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale G. A. Sanna di Sassari,

il Guerriero di Padria, con scudo e lunghe corna, e la Navicella del Re Sole, entrambi custoditi dal Museo Archeologico Nazionale di Cagliari). Altre aree archeologiche di notevole importanza sono quelle di “Rocas Biancas” e di “Monte Rugiu“.

Nonostante i pezzi più belli, preziosi e rappresentativi si trovino depositati presso i musei nazionali di Cagliari e Sassari, non manca una ricca e rappresentativa collezione di oggetti preistorici quali lame e raschiatoi in selce, punte di freccia in ossidiana, fusarole, macine in pietra, vasi e cocci di Cultura Ozieri, ecc. ecc.

Nel percorso molto esplicativo, in quanto ben corredato di pannelli e scritte informative, si prosegue con una ricchissima collezione di resti di epoca romana comprendenti visi, teste femminili e maschili, musi e frammenti di animali, parti di capitelli e colonne, busti e panneggi, capigliature, piedi, mani e dita, seni, uteri, nasi, volute di capitelli, frammenti di criniere scolpite, colombe, zampe di felini, teste di cane.

Infine una fornitissima collezione di vasi, ciottole, olle, anfore, “thymiateria” a testa di dea “kernophoros“, formelle e pintadere, coppe, unguentari e lucerne votive e tanto altro ancora.

Insomma una visita al museo di Padria è vivamente consigliata … uno straordinario tuffo nel passato per poter capire meglio il presente.

(1); Occorre tenere presente che all’interno della Parrocchiale di Santa Giulia c’è un pozzo nuragico a sezione circolare; quindi, prima di essere abitata nel periodo romano, la zona di Gurulis Vetus venne abitata, sicuramente, dai nuragici.

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Valledoria: Altare Litico Preistorico a Coppelle “La Serra”

Una, due, dieci … tantissime coppelle rivolte al cielo, di diverse dimensioni, ora grandi, ora piccole, disposte a cerchio, come per seguire la forma rotondeggiante del masso … Stanno sulla sua pianeggiante sommità; riposano, ora, ma un tempo no. Furono create dalla mano dell’uomo per un qualcosa che noi non conosciamo; possiamo solamente provare ad intuire. Il pesante blocco in pietra, squadrato quasi perfettamente, ed in modo magistrale arrotondato negli spigoli, sta lì, immobile; il mare, in silenzio, da lontano, osserva il grosso monòlito, suo amico e compagno da tempi immemori … vicinanza, la loro che si perde nella notte dei tempi.


Il macigno di “La Serra” prende il nome dal vicino Nuraghe, plurimillenario monumento a forma di tronco di cono oramai ridotto ad un rudere. Il massiccio reperto pluricopellato viene collocato nel periodo del tardo Neolitico, anche se non ci sono date certe; certo è che il monòlito è di un periodo molto precedente al Nuraghe. Da ciò possiamo dedurre che i nuragici costruirono su di un’area già utilizzata da tempi lontanissimi come luogo sacro di culto.


Il monumento si trova nelle campagna di Valledoria, collocato sopra una piccola altura dalla quale si gode uno splendido panorama con un orizzonte che spazia sino al mare del golfo dell’Asinara; trattasi, per l’appunto, di un altare “prenuragico” di altezza pari , più o meno, ad un metro, avente forma quasi cubica con spigoli sapientemente smussati. Sulla parte alta si trovano diverse coppelle, complessivamente se ne contano una ventina, mentre di lato abbiamo uno sfregio, ovvero delle tacche incise sulla roccia, chiaro tentativo di tagliare il manufatto per cercare di riutilizzarlo per altri scopi o, forse più semplicemente, per provare ad alleggerirlo per spostarlo e collocarlo altrove. Nessuno sa se originariamente il masso poggiasse dove ora si trova ma, data la sua mole, si pensa che non abbia fatto molta strada, anzi, probabilmente non ne ha fatta nessuna.

Ma perchè le coppelle? Per cosa si creavano? Mistero dei misteri, si possono solo azzardare delle ipotesi: servivano forse per contenere qualcosa come, per esempio, delle offerte agli dei ? Oppure dell’acqua, degli olii o, forse, dei piccoli oggetti come micro amuletti. Sicuramente la loro funzione era quella di contenitore, a guisa di piccole mani semi-racchiuse come ad imitare delle ciotole. I più fantasiosi pensano che riempiendo d’acqua tutta la superficie, in certi periodi dell’anno, si poteva scrutare il cielo in notturna e quindi distinguere ed eventualmente studiare le costellazioni. Altri ancora sostengono che ogni coppella conteneva del liquido infiammabile (olio) e quindi le coppelle non erano altro che lucerne tenute accese per cerimonie e vaticini.

Valledoria - Altare Prenuragico "La Serra"
Altare Prenuragico “La Serra” – Valledoria – Coppelle sulla parte superiore del manufatto

 

Valledoria - Altare Prenuragico "La Serra"
Altare Prenuragico “La Serra” – Valledoria – Vista dall’alto

 

Valledoria - Altare Prenuragico "La Serra"
Altare Prenuragico “La Serra” – Valledoria – Particolare delle Coppelle

In Sardegna abbiamo svariati esempi di altari votivi preistorici; alcuni di essi si trovano a: Dolianova, Mamoiada, Santa Maria Navarrese (Frazione di Baunei), Pattada e così via dicendo.


L’altare di “La Serra” è uno straordinario segno del passato, talmente arcaico che noi non riusciamo a definirne l’utilità; chissà se un giorno saremo in grado di decifrare quelle 20 coppelle che sormontano il masso, mentre il mare, continua a tacere pur conoscendo perfettamente la verità

Per approfondimenti:

https://pieragica.wordpress.com/2017/05/03/pattada-altare-votivo-preistorico-su-monte-de-subra/

https://www.facebook.com/NURNET2013/posts/1331438670268187

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=847382968632599&id=717168541654043&__tn__=K-R

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Viddalba: Stele a Specchio – Immagini di Volti del Passato – Botteghe di Viddalba (I sec a.C. II sec d.C.)

Posti in fila per due, come se fossero degli scolaretti, i “segnacoli si trovano parzialmente insabbiati all’interno di un piccolo canale ricavato al centro della grande sala principale del Museo di Viddalba.
Al visitatore distratto possono apparire semplici figure incise, ma a chi si sofferma per osservarle meglio, mostrano, con la loro semplicità, i tratti del defunto che si voleva rappresentare. Ed ecco che ci appaiono: un signore con una barbetta, il giovane dalle orecchie a sventola,  la ragazza dalle lunghe trecce, e tanti altri personaggi. 


Diversi volti, tutti riconducibili ad altrettante fisionomie di persone. Vengono rappresentati da testa (con le varie caratteristiche), collo e talvolta un accenno di spalle; tranne l’unica originale stele, dove abbiamo due soggetti (un uomo ed una donna) che si tengono per mano come due innamorati pronti ad intraprendere il cammino per l’aldilà tenendosi stretti: uniti nella vita come nella morte. Potrei paragonare queste piccole lapidi a delle lastre fotografiche che, se vengono scrutate con attenzione, ci svelano il volto dell’estinto celato tra i chiaroscuri del negativo. Vengono chiamate anche “Stele a Specchio” poiché pare ricordino la figura umana che si riflette in un comune specchio dotato di cornice.


Erano segnacoli votivi o misteriosi e magici amuleti con impressa la foto-tessera del defunto? Oppure erano semplicemente delle lastre poste in ricordo del caro trapassato e dunque solo dei simboli funebri? Storiograficamente vengono collocate nel periodo tardo repubblicano tra il I sec. a. C. e gli inizi del II sec. d. C. Il materiale usato è l’arenaria.


Riusate successivamente per comporre le tipiche tombe a lastre litiche romane. Ma a quale stile appartengono? Vengono ritrovate solo in alcune zone della Sardegna; oltre a Viddalba, altre lastre simili sono state rinvenute a Sennori, ad Ozieri, ad Ossi, a Valledoria e a Castelsardo e in vari altri centri del sassarese. Diversi studiosi hanno cercato di dare una paternità a questi manufatti … pochi li attribuiscono al tardo nuragico; ma se non fossero nostrane, quale popolo avrebbe importato questo tipo di artigianato? Sono esse puniche? Provengono dal Nord Africa? Oppure sono romane? 


Nel 1958, a Viddalba, abbiamo i primi ritrovamenti, come capita spesso, per caso, nella zona del campo sportivo dove era presente un villaggio nuragico (San Leonardo), nel quale successivamente vi si insediarono i romani, giungendo ad essere abitato nel medioevo. Ma il sito era già noto e quindi frequentato sin dal Neolitico Recente. Per diversi anni il suolo di Viddalba ha regalato altri manufatti, sino agli ultimi scavi, negli anni 80, nei quali sono stati riportati alla luce, complessivamente, una ottantina di lastre.
Vari studiosi hanno cercato di dare un’origine “continentale” a questi manufatti sin dai primi ritrovamenti. Ma perchè diversi studiosi debbono scervellarsi per trovare padri putativi venuti da lontano, quando la risposta a tanti dubbi la troviamo negli stessi manufatti sardi di periodi storici precedenti a questo. Basti pensare all’immagine della Dea Madre cruciforme (cultura di Ozieri); stesso volto, stesso contorno e, perchè no, stesso sguardo; o ad altre figure antropomorfe presenti in diversi menhir e altari sacri o ai volti di alcuni bronzetti, palmette comprese (ornamenti a piccole foglie) presenti in alcuni menhir del museo di Laconi.


Questi segnacoli sono originali. Seppur creati nel periodo di dominazione romana, paiono prodotti da scuole locali, come lo steso studioso Sabatino Moscati appurò nei suoi studi. Essi, dunque, sono tipici della scuola sarda; coloro che hanno creato questi semplici manufatti non erano altro che artisti sardi. Maestri sardi figli di quel popolo che da sempre ha creato opere originali che hanno arricchito l’arte del nostro passato in un arco di svariati millenni. Oggi si parla di una vera e propria scuola di Viddalba; si ritiene infatti che qui ci fossero botteghe di artigianato nelle quali esercitavano la loro arte degli artigiani-artisti autoctoni che, con poche, quanto decise incisioni, lasciarono ai posteri questi meravigliosi bassorilievi rappresentanti i volti dei trapassati. Queste opere d’arte continuano a stupirci e, talvolta, ad intenerirci e commuoverci, come quando osserviamo, per esempio, quelle due mani che si stringono, nella Stele della Coppia (un “unicum”a livello mondiale), facendo intendere che la loro storia d’amore, ritratta in quella piccola lastra di arenaria, sia divenuta eterna, giungendo intatta sino a noi.

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Come vederli: si trovano presso il Museo Archeologico di Viddalba

Pattada: Su Fogu de Santu Giuanne-2018

Nella notte che precede la giornata in onore di San Giovanni Battista hanno luogo, tuttora, ancestrali riti che originano da feste precristiane del mondo agropastorale legate strettamente al solstizio estivo. Le persone saltano il fuoco in solitaria o “a manu tenta” assieme ad altri con la rituale formula “Compares e Comares de su Fogu de Santu Giuanne” che sancisce uno stretto legame che, sovente, durerà per tutta la vita.

Fino ad alcuni decenni fa ogni quartiere del paese aveva un suo fuoco e si faceva a gara a chi riusciva a farlo più grande e più duraturo; i preparativi iniziavano anche uno o due mesi prima dell’avvenimento, con la raccolta di materiali combustibili vari, che in questo particolare periodo dell’anno non scarseggiavano di certo, soprattutto nel vicino boschetto, foriero di tonellate di pigne e di aghi di pino secchi. Così si potevano ammirare i fuochi in “Su Sòtziu” come in “Su Gàlminu“, in “Su Pepianu“, in “Corona“, in “Carrucalza“, in “S’Enighedda“, in “Cunventu“, in “S’Ispìderu Santu” ecc. ecc., ma soprattutto nella piazzetta di “Santu Juanne“. I bambini sono i fruitori più lieti dell’evento, anche perchè il salto del grande falò rappresenta una sorta di iniziazione, di passaggio dal mondo dell’infanzia a quello della giovinezza

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Laconi: Sas Pedras Fitas (Pietre Conficcate) – I Menhir (Pietra Lunga)

Laconi: Sas Pedras Fitas (dal sardo “le pietre conficcate”) – Menhir (dal bretone men e hir “pietra lunga”). (In sardo vengono chiamate anche pedralonga,  perda fitta, perda lata, predda ficchidda, preddafitta).

Certo non è difficile rimanere affascinate da questi capolavori del passato. La raffinata realizzazione di queste opere artistiche ci porta a pensare alla eccelsa “capacità artistica” dei nostri antenati. In queste statue troviamo tecnica, senso estetico, espressività, creatività, filosofia. Esse sono capaci, nell’ammirarle, di darci sensazioni uniche. É come se il capolavoro litico volesse comunicarci qualcosa, un quid che ognuno di noi interpreta in maniera individuale e differente. Un po’ come fa, da sempre, qualsiasi artista; lui crea, mentre noi proviamo emozioni nel guardare le sue opere.

Ma cosa volevano rappresentare gli antichi sardi vissuti dal IV al VI millennio a. C. scolpendo queste statue-menhir? E cosa riusciamo a vedere oggi, a distanza di diversi millenni? Prendo ad esempio il Menhir di “Pischina e Salì” di Laconi (vedi foto). Viene definito “statua-menhir“, se vogliamo, la “serie” più elaborata delle statue di questo stile. Base larga, ha una forma allungata verso il cielo, come fosse il progenitore dello stile gotico, poichè appunto, nel senso più semplice dello stile, si sviluppa in uno slancio verticale. Finemente lisciato, presenta due incisioni; nella parte centrale troviamo un pugnale a doppia lama, simbolo di forza. Data la collocazione di quest’arma, alcuni studiosi, sostengono che sia un inciso all’altezza della cintola, considerando il menhir la rappresentazione di un essere umano. Non è di questo avviso Giogio Valdes, che in alcuni post pubblicati su Nurnet (1) (2) (3) contesta vivacemente l’interpretazione del bipenne come di un coltello a doppia lama proponendo, piuttosto, che “esso possa assimilarsi all’emblema dell’androgino Amon-Min

Laconi - Statua-Menhir o Perda Fitta
Laconi – Palazzo Aymerich – Civico Museo Archeologico delle Statue-Menhir – Particolare del capovolto

Nella parte finale, verso la cima, troviamo quello che viene definito uomo capovolto; normalmente sono rappresentate figure umane stilizzate e capovolte, intente a fare un volo verso la terra, con le braccia lungo il corpo, come dovrebbe cadere un corpo umano se gettato da una certa altezza. Infatti pare proprio un corpo in caduta libera. Ma quale è il significato di questa statua e dei suoi incisi? Si pensa che questi menhir siano stati eretti in suffragio, ovvero in ricordo di qualcuno, un eroe forse? Un capo-tribù? Un uomo che si è distinto per qualcosa, insomma, tanto da volerlo raffigurare in una statua, per poi essere ricordato dai posteri. Il pugnale (sempre se di pugnale si tratti), come già sottolineato, rappresenta la forza che aveva sulla terra, ma anche un’arma che potrebbe servirgli nell’aldilà, non dimentichiamo che quest’opera è una stele funeraria, ciò è determinato dalla presenza de s’omineddu, ovvero dell’uomo capovolto; questi altro non è che la raffigurazione della morte, come molti studiosi sostengono.

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Altri considerano quella figura un’anima, quindi l’anima del defunto. Da piccola mi raccontavano che l’anima, dopo la morte, passava attraversando tutto il corpo. E se, invece, quel che vien rappresentato fosse sì, un corpo umano rovesciato, con la testa rivolta verso la terra ed i piedi verso il cielo, ma messa in modo tale da far passare l’anima attraversando tutto il corpo e facendola fuoriuscire dai piedi, agevolando, dunque, il volo della stessa verso l’aldilà? Chissà se poteva essere questa l’intenzione espressiva dell’artista di alcuni millenni or sono; noi, questo, non potremo mai saperlo.

Magari incidere la figura di un uomo “morto” sarebbe stato complesso, e chissà, dunque, quante volte si sono posti il problema di come elaborare questa figura? Sdraiata per terra? Quindi creare una linea orizzontale e poco comprensibile? Ecco perchè, forse, in maniera elementare, si è voluto distinguere l’uomo vivo da quello morto, dando del trapassato una immagine inversa a quella data per la posizione eretta, quindi l’uomo in piedi è vivo, mentre quello capovolto è morto.

Sta di fatto che questa e tante altre sono le sensazioni che siffatta meraviglia preistorica mi ha trasmesso. La verità, per ora a noi si cela, come si nasconde in tante altre numerose ed eccellenti opere che i sardi antichi sono riusciti a regalarci trasmettendocele in uno stato conservativo straordinario, ricchissime di misteri indecifrabili a noi uomini moderni. Potrete ammirare questo capolavoro e tanti altri a Laconi al “Civico Museo Archeologico delle Statue Menhir”

(Cfr post di Valdes su Nurnet:
  1. http://www.nurnet.it/it/1018/Il_bipenne:_maneggiare_con_cura.html
  2. http://www.nurnet.net/blog/una-chiacchiera-tira-laltra/
  3. http://www.nurnet.net/blog/il-capovolto/  )

 

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